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Kurtz


Aspetta ti prego, non correre via. Lo so, di là, nel camino in disuso ci sono i tuoi giochi. Li conosco: sono stati miei. Ma fermati qui almeno un attimo. Non mi riconosci? No, certo che no. Eppure io ti ricordo benissimo. Abbiamo lo stesso nome, sai?
Ecco, mi guardi dalle scarpe ai capelli e intanto getti uno sguardo alle tue spalle: il caminetto chiama, il caminetto aspetta. Non vuoi proprio scambiare qualche parola con me?
Cosa? Non ti sento. Non riesco a sentirti: un vetro spesso è nato fra noi, è nato tanto tempo fa. E ci separerà sempre. Ma io ci sono, sai? Ci sono come ci sei tu... O meglio: come c'eri tu. C'eri una volta ed eri me. Ora sei volato via. Via dal mio cuore, dai miei pensieri; solo un'orma resta dei tuoi piedi di bimbo sulla riva dei ricordi.
Vorrei tanto conservarla quell'orma, ma il tempo è una risacca che tutto ricopre con la sua fanghiglia. Ed è difficile ricordare cosa ci fosse, un tempo, sotto quel fango. Da tempo il vetro si ispessisce, l'orma s'inabissa in profondità brune.
Corri fra i sentieri che più non mi appartengono, fai volare il tuo aquilone nello spruzzo di cielo che ho perduto.
Oh bambino di stelle torna a trovarmi, ti prego. Trova tu il modo. Torna nei miei sogni, trafiggi per un secondo un mio pensiero, un mio desiderio. Riversati ancora una volta nella brocca consunta dei miei ricordi.

 


Il Succhiastorie


Della sua esistenza nessuno era certo al villaggio. Le biblioteche conservavano i suoi libri, ma i più dicevano che fossero stati scritti da un abitante del luogo. Solo i vecchi scrollavano le loro teste d'ovatta e insistevano: "Certo che esiste, noi l'abbiamo incontrato una volta, il Succhiastorie." Ma i bambini ridevano e i giovani scuotevano la testa.
Tuttavia un giorno di marzo coperto di nubi, giunse un uomo su un carretto e si fermò alla locanda. Il corpo dell'uomo si sviluppava verso l'alto simile a un tronco di vite e sulla cima spuntava una testolina grigia, ma non si poteva dire che fosse vecchio. Portava con sé bauli di fogli e libri e penne e inchiostro. Quando firmò sul registro degli arrivi mancò poco che l'oste ingoiasse la sua dentiera! Sì perché sul foglio apparve: Succhiastorie.
Dunque esisteva davvero! La notizia dilagò. I servi della locanda ne parlarono all'ortolano che li riforniva; l'ortolano parlò ai contadini, i contadini ai loro padroni, i padroni ai politici… finché si formò una folla capeggiata dal sindaco in persona. Nel giro di un'ora donne, bambini, notabili e popolazzo erano radunati nell'atrio dell'oste che vociava inascoltato: "Qui si paga per entrare! Non potete affollarmi l'atrio!" e poi si rivolgeva al sindaco: "Voglio un indennizzo!"
"Poi vedremo" disse il sindaco. "Ora fatelo scendere". Tutti si azzittirono e come topi puntarono il naso verso il soffitto.
Il Succhiastorie fu chiamato e quando sbucò dal pianerottolo piovve il silenzio sulla gente sottostante. Un minuto. Poi la folla esplose su per la tromba delle scale. Il vecchio reduce gli tirava una manica: "Deve prendere la mia storia, oh sentirà, sentirà… racconti di morti, di corpi dilaniati dalle schegge… sentirà… che storie, signore! Sarà una grande tragedia umana, sugli orrori della civiltà!"
"I miei figli!" gridò una donna di mezza età, tirandogli la giacca. "Scriva dei miei figli! Sono andati all'altro capo del Mondo! Ah che fortune hanno trovato! Mi scrivono, sa? le darò le lettere, lei metterà insieme tutto! Che saga ne trarrà!"
Un giovane dagli occhi incavati e la camicia sdrucita gli si accostava dal basso spingendo una dietro l'altra qualche sillaba, sul punto di spezzarsi a ogni pausa. "Scriva per me la prego, scriva della mia storia con lei… la faccia rivivere. Almeno nelle sua pagine…"
Il Succhiastorie posava lo sguardo su ognuno che gli rivolgesse la parola. E fu così che, per gioia di quanti gli avevano chiesto di entrare nei suoi libri, egli sorrise e accettò la storia del reduce e accettò la storia della madre e del giovane trasandato e di tutti gli altri.
E restò in piedi tutta la notte. L'oste sentì dabbasso i passi che consumavano il pavimento e nei momenti di silenzio la penna che graffiava sui fogli e trasformava i ricordi delle baionette del vecchio o i figli emigrati della donna o la storia d'amore del giovine che avrebbero poi un giorno occupato gli scaffali della biblioteca comunale.
Il Succhiastorie si fermò nel paese alcuni mesi. Fu invitato a cene, banchetti, feste. Ma egli restava sempre in disparte. Non disdegnava gli inviti e partecipava con piacere a tutti i banchetti, ma restava sempre seduto all'estremità del tavolo; scrutava le facce e gli atteggiamenti dei convitati, più propenso ad ascoltare che a parlare. Pochi conoscevano il timbro della sua voce. E quand'anche le donne lo avvicinavano e le ragazze lo stuzzicavano egli sorrideva gentilmente ma non osava toccarle. E una sera che la donna più famosa del paese, colei che aveva svezzato quasi tutti gli uomini dalla loro adolescenza, si presentò alla sua porta, fu cortesemente ospitata ma solo per ascoltare la sua storia e nient'altro.
La donna pensò a un problema di denaro, ma il Succhiastorie sorrise e la pagò lo stesso. E lei disse: "Ma io non ti ho dato i miei servigi". Lui rispose: "Oh m'hai dato molto di più. Mi hai consegnato brani della tua vita che mi saranno utili in futuro."
Tre giorni dopo, il Succhiastorie se n'era andato. L'oste trovò il conto saldato, sopra il bancone, dell'uomo nessuna traccia. Era sparito nella bruma del mattino forse. Nessuno più lo vide, nessuno ebbe più notizie, ma sette mesi dopo giunsero nel paese i nuovi libri ed erano tanti e tanti. Tutti firmati dal Succhiastorie.
Così lessero dei figli della madre di mezza età che si spaccavano la schiena oltreoceano e che progredivano negli affari; e lessero degli orrori del fronte; e della dolce fanciulla del giovine. E il giovine lesse e lesse, per anni e anni. Sfogliò e rilesse quelle carte, piangendo e sorridendo quando incontrava l'immagine della ragazza. Ed era così vera, così reale che egli rideva e la chiamava. Cincischiava a voce alta: "Che stupido, che stupido a piangerti, mia Deborah, tu sei viva, eccoti qui. Mi basta aprire il libro e siamo proprio ora, proprio qui sotto l'albero di mele, dove ti arrampicavi…" e rideva, con una lacrima che s'asciugava sulla guancia.
Si fecero feste in onore del Succhiastorie, anche se nessuno sapeva dove fosse finito. E passarono i mesi, e poi gli anni. E la storia del Succhiastorie passava di bocca in bocca, dal vecchio al giovane, ai giovanissimi che non l'avevano mai visto, ma ne avevano solo sentito parlare. E mai più tornò, l'affabulatore. E i nuovi giovani, che poi divennero uomini, svezzati stavolta da una nuova donna del villaggio, non credevano e credettero mai alla sua esistenza. E fu tanta la loro convinzione, che sorse il dubbio anche nella testa dei vegliardi che ci avevano parlato.
Ancora adesso, chiunque si trovi a passare e chieda di vederlo, o chieda dov'è nato, se è morto… "Chi, il Succhiastorie?" gli rispondono. "Ma quello non esiste. Non è mai esistito. Esistono questi libri che tu vedi qui, che leggi. Questo Succhiastorie è solo un'invenzione, una fantasia dei vecchi."


To F.
Sotto la torre conta i suoi passi l'Innamorato, aspettando che la donna s'affacci. Mai si allontana, sempre ritorna e consuma i suoi giorni e i suoi pasti e i suoi sogni all'ombra della colonna di pietre.
Non ci sono gradini per giungere alla cima. La torre troneggia nel deserto senza porte e finestre. Ma un vecchio ha raccontato all'Innamorato dei giardini e delle altee che fioriscono fra le nuvole, nel punto più alto, dal balcone della donna, e dei tramonti e dei paesaggi che si scorgono da lassù.
A volte, di giorno o di sera, Lei sbuca dall'alto e non sa forse quali dolci desideri instillano dentro il cuore del giovane le sue trecce color del grano. Lui solleva lo sguardo ma la lingua si spezza e i pensieri tacciono.
I pensieri di Lei sono della Luna che osserva silenziosa la lunga notte dell'Innamorato. Muta come Lei.
"Non potrò salire mai coi miei piedi", dice l'Innamorato all'albero di mele che cresce accanto alla torre. "Solo un soffio di vento potrebbe portarle i miei pensieri... Solo loro possono parlarle. Il mistero dei suoi occhi ascolterà soltanto le note della mia mente, non i grugniti della mia laringe."
Il melo è scosso da una folata di vento caldo.
Le scarpe del giovane riprendono a masticare la polvere. Gira in tondo, alla ricerca di risposte, pur sapendo che le risposte le ha soltanto Lei, che custodisce ora dentro di sé non solo la rete dei suoi pensieri selenitici ma anche i crateri del cuore dell'Innamorato.
Egli vorrebbe ascendere, scalare la Torre ma non sa come rivolgersi alla Donna, sconosciuto gli resta il suo linguaggio. E attende. Attende mentre cade di nuovo la Tenebra. Forse Lei si affaccerà di nuovo, un attimo, prima di consegnarsi alle braccia di Morfeo. O forse il mattino successivo, si sveglierà e getterà lo sguardo in basso, dissetando per un momento il desiderio dell'Innamorato, che poi riprenderà la sua lenta marcia di crotalo all'ombra della Torre.
Ma prima che il cielo sia inghiottito del tutto dal nero, una talpa emerge dal suo cunicolo di terra, il suo naso pendulo vibra verso i piedi dell'Innamorato: "Ma se Lei respingesse i miei pensieri?" geme il giovane. "Come conoscere le sue motivazioni? Come si può chiedere risposta a domande che non siamo capaci di formulare? Forse qualcuno può dire davvero di che colore sia la Luna?"
"Non stare qui a calciare sassi, non affondare nella polvere", risponde la Talpa. "I tuoi pensieri sono tuoi e a te solo obbediscono. Lascia che il tuo Pensiero sposi la Volontà".
L'Innamorato guarda di nuovo verso l'alto. Le fiaccole sono spente, ma la luce della Luna segue ancora i suoi passi.

 


 

Corpi sfatti in un mattatoio di seconda categoria, quarti di vacche appesi ai ganci uncinati addobbano le pareti verde acqua sotto luci fredde e metalliche che piovono dal soffitto. Il cigolio delle macchine, il rombo sordo della macellazione, il turbine ottuso della sega circolare, vesciche e interiora fumanti sparse su linoleum di seconda scelta. Un cavallo azzoppato è stato giustiziato. Un proiettile di fucile in mezzo agli occhi. Fiotti di sangue bruno sul selciato, ora abbeverano la terra; grumi di nervi cerebrali sputati in pozzanghere bluastre. Bang Bang, goodbye, my horse. My horse my horse... my kingdom is a mess! Un regno di carne, un mercato liberoscambista di carni bianche, nere, mulatte, di corpi giovani da succhiare e prosciugare.
Ehi, quant'è che costano cinquanta chili di carne bianca caucasica?
Poco più di dieci euro, amico.
Carne in fiore importata dall'est su bidoni intrippati e ricolmi di corpi insudiciati, appiccicati, putridi tra rigetti e flatulenze sbarca sulle coste e ramifica nella roccia, affonda le sue pubescenze nella terra vergine appena dissodata.
Seni spuntati ieri, gambe di farfalla, pelle appena scartata succosa di umori inacessibili servita sul selciato per dentiere riattaccate, bocche sdentate e organi rinsecchiti che intingono il loro uncino infetto in quelle carni rosate. Succhiano colori & iniettano tossine, penetrano uteri immacolati disseccandoli, leccano squarci succosi per prosciugarli.
Di fianco, giù nella strada, c'è un cane morto. Una carcassa di cane essiccata, raggrinzita, spelacchiata, spiaccicata sull'asfalto che esala gli ultimi putridi olezzi. Orde di mosche verdi ronzano e sbavano sulla polpa tumorale, affondano negli organi in putrefazione le loro braccia pelose, intingono la loro proboscide bavosa nel succo di sangue non ancora rappreso.
Rutta e bofonchia, lo scheletro in pelliccia: aria malsana che si intrufola nell'aria che respiri. Inala i germi, attraversa la strada e inghiotti le tossine scarnificate del cane spiaccicato giù nella strada, raggrinzito e spelacchiato.


Sedevi sul portico, poggiato sul bastone di legno levigato, a fissare il tuo pergolato. Quelle viti hanno anni e anni ormai. Le avevi piantate, spostate, mutate, potate, allacciate... Come la vita, dicevi, come la vita. Si intrecciano, vanno curate, si cercano e ci danno la frescura. Te ne stavi per delle ore sotto le fronde verde bottiglia. Dicevi: "Il fresco che da una vite non te lo da nient'altro." Tu non ci sei più. Le tue radici sono state tagliate e tu eri stanco. Volevi che si spezzassero. Non bevevi più. Non succhiavi più l'acqua vitale perché non avevi più sete.
Com'era la tua frase, una delle tante? "Pure il giovane può morire, ma per il vecchio è un dovere." O anche quando dicevi: "Cient' vall a' cantà nun schiare maje journo." Era la mia preferita. Quel colore, quell'andamento metaforico... Non tanto per il significato in sé, quanto per la bellezza della figura retorica. Eppure erano detti contadini che si tramandavano a voce, senza carte, senza penne, al di fuori della cultura alta.
Anche quell'albero di noce se ne andò. Che fragore assordante quando si accasciò… succede sempre così no? Quando se ne va uno che ha vissuto per tanti anni, quando cade, i giorni i mesi le ore le esperienze che aveva addosso cadono tutte insieme in una valanga assordante. Ma non si perdono, eh nonno? Io lo so bene. Perché ora sono con me. È questo che significa il passaggio del testimone?
Forse sì. Poi noi avevamo lo stesso nome e cognome… e queste cose mi colpiscono. Quando te ne sei andato, quando abbiamo camminato insieme l'ultima volta, di fianco - anche se tu eri in una bara - era come essere in un film. Non era reale. Poi quando son tornato a casa, il giorno dopo… oh, sapessi. È buffo. Ho realizzato che te n'eri andato per sempre quando sono andato a riordinare le tue cose dai cassetti e mi son trovato di fronte le tue foto, i rosari che conservavi, i documenti della guerra cui tenevi tantissimo e quella foto… quell'unica foto che t'era rimasta degli anni di guerra, sgualcita, un po' mangiucchiata dalla tirannia del tempo: Tu in divisa col moschetto, in mezzo a una radura.
Dov'era nonno? Ho sempre dimenticato di chiedertelo… e mi sa che la risposta te la sei portata nella tomba… Vabbè non è poi così importante, ad ogni modo.
Di fronte agli oggetti, dentro la tua stanza, era come se le foto, il portafogli di carte, le monete che tenevi nella ceneriera prendessero vita, si animassero e mi parlassero in qualche linguaggio non ben specificato che pure comprendevo. Su tutto s'era posato l'alone magico delle tue parole, dei tuoi pensieri, dei tuoi gesti. In quel momento il sipario s'è dissolto, il proiettore s'è spento, la finzione finita, il film giunto alla sua conclusione. Avevo realizzato che te n'eri andato davvero. E per sempre. Pensavo che non ti avrei più rivisto e non avremmo parlato più fuori il portico o sotto il pergolato, che non ti avrei più sentito raccontare le storie del fronte, le storie di te, Vincenzo, degli inglesi, dei campi di prigionia, o anche solo delle tecniche delle colture, della terra che avevi lavorato per tanti anni.
Gli ultimi mesi dicevi: che ci sto a fare qui? Sono stanco. E quando il male ti stava minando e cercavamo di sostenerti con le flebo… ricordi? La notte venivo a cambiarla io perché vado a letto tardi… Tu mi guardavi. Non parlavi più ormai. Non ti lamentavi. Nulla. Ma i tuoi occhi li sapevo leggere, oh sì.
Era chiaro. Mi guardavi come a dire: che senso ha? Io voglio andare e voi mi trattenete? È giusto in questi casi trattenere chi non vuol più restare? Cosa conta di più, la volontà di chi sta morendo e vuole andarsene o di chi gli sta accanto e non vuole rassegnarsi a perderlo per sempre?
La tua anima era stanca, più stanca del tuo corpo d'avorio rugoso, i tuoi pensieri pesanti, troppo pesanti ormai da reggere. Era ora di andare. Da buon reduce, vedevi tutto sotto un velo… marziale, bellico… dicevi, riferendoti alla morte, all'Ultima chiamata: "Antò quand'arriva la cartolina: presente e ce ne andiamo!" e sorridevi.
Ti sei lasciato andare nel mare della morte, hai poggiato la barca con lentezza, con calma, eri tranquillo. Hai messo giù i remi e lentamente hai attraversato il fiume che collega il Tempo con l'Assoluto. Spero sia stato un viaggio senza burrasche, spero che tu abbia sorriso guardando i fiori, e gli alberi e le mangrovie che crescono lungo il letto del fiume - sono sicuro che li hai riconosciuti tutti.
La tua cultura era quella degli anni, delle esperienze e aveva la stessa concretezza della terra dissodata per la semina. Hai speso la tua intera vita a prenderti cura della tua famiglia. Senza riposo, con abnegazione, con impegno. Senza mai lamentarti, lavorando notte e giorno e il lavoro del contadino non è cosa da poco. La vita forse non è stata molto leggera con te: hai dovuto sopportare un'infanzia di miseria, un'adolescenza di duro lavoro nei campi, poi sette anni in giro per il mondo a causa della Guerra, per poi tornare a lavorare per tutta la vita, a zappare il resto dei tuoi anni la terra e allevare bestiame e non avere un attimo di riposo… lavorare dalle cinque del mattino a sera inoltrata. Ogni giorno. Perché, come dicevi tu, le vacche non devono mangiare pure di sabato e domenica? Non devi accudirle e pulirle ogni giorno senza differenze? E quando la vecchiaia poteva darti un po' di riposo… prima hai dovuto prenderti cura della nonna che non sapeva più badare a se stessa, poi la zia che t'ha lasciato prima di te - e si dice che niente sia più straziante che sopravvivere a un proprio figlio. Ecco perché non c'era più senso alla fine.
Sei stato certo un padre, un nonno esemplare. Ci ha lasciato un esempio di fede e di amore, che va oltre ogni limitazione religiosa o dottrinale (quando dicevi: Il Dio è uno no? Che lo chiamiamo a fare Allah, Dio, Gesù… sempre quello è).
Lascio questa lettera nella rete immateriale di Internet. Immateriale sei anche tu ora. E spero ti giungano questi pensieri, ovunque tu sia ora.
Spero ti giungano davvero queste righe e spero che le leggerai con la nonna e la zia, magari sotto un nuovo pergolato d'uva fatto nascere apposta per te magari, poggiato sul tuo bastone, con l'immancabile "coppola" in testa.
Certe volte sento la mancanza delle tue frasi, delle tue osservazioni, dei tuoi proverbi. Ma li ricordo benissimo a memoria, nonno. E mi basta recitarli di nuovo nella mia testa, ripeterli per sentirti immediatamente vicino, come se niente fosse successo e domani dovessi entrare nella tua stanza per tornare insieme nella campagna ad innaffiare gli aranceti.
Ovunque tu sia spero ti trovi questa lettera nonno e che ti trovi bene,
ti voglio bene,
Antonio.

 


La signora si intrufolò nel mio ufficio al terzo piano di Park Avenue sul finire di un pomeriggio di giugno con cielo giallo piscio che non la finiva più di pisciare acqua. Le gocce di pioggia sull'asfalto non facevano che peggiorare la situazione, evaporando sull'asfalto bollente e rincarando la dose di afa cittadina. E come se ciò non bastasse, la signora venne a portare altro carbone sulla pira. Quanto a me, avrei dovuto capirlo subito: avrei dovuto capire tutti i guai che mi avrebbe caga-to nei giorni a venire, solo da come aprì la porta e da come si sedette sulla sedia di fronte a me pie-gandosi appena, come se avesse una mazza da baseball ficcata su per il culo.
Ne vedo di gente nel mio ufficio ogni giorno; e da un detective privato non è che ci arrivi la cre-ma della città. Qui approda gentaglia come negri, froci, mariti gelosi che vogliono che tu segua la scia della fica delle mogli - a volte assai contorta, strofinandosi sui muri degli appartamenti di un negro cazzo-grosso di Harlem e dintorni - o mogli inappagate che ti stritolano le palle con le loro li-tanie solo perché devono sostituirti a mariti che hanno sviluppato dei tappi psicologici alle orecchie quando le loro signore ci danno troppo dentro a muovere la bocca senza averci niente dentro.
Insomma, avevo acquistato un certo occhio clinico. Ma possa vomitare sulle mie scarpe nuove se quel giorno capii che miss Mazza-Da-Baseball-Su-Per-Il-Culo era una piantagrane. John aveva cercato di fermarla, ma il tipino aveva attraversato il corridoio che conduceva al mio sgabuzzino due metri per uno - che l'iscrizione fuori qualificava Ufficio Detective - come un Mosè in gonnel-la, aprendo davanti a sé un mare di scartoffie e sedie e tavoli volanti per aria.
Quando esplose nella stanza per affidarmi il suo caso, be', mi fece proprio venire in mente la mia ex moglie. Mi persi i primi cinque minuti di chiacchiere perché macinava più parole la signora che uno di quei venditori ambulanti che ti aggirano talmente bene da convincerti a comprare un chi-lo di merda per caviale farcito. Quando le feci velatamente sottintendere che non avevo afferrato una sola maledetta parola, con un semplice: "Di cosa diavolo sta parlando?" la signora allentò final-mente la pioggia verbale e cominciò a spiegarsi.
Al primo ascolto sembrava la solita solfa: il marito bla bla, non le dava più sicurezza bla bla… tornava tardi bla bla… e aveva dei sospetti… bla bla… Ma poi aggiunse qualcos'altro: sapeva per certo che suo marito passava la maggior parte delle sere al Copacabana ed era preoccupata per la pessima clientela che vi girava, aveva timore che suo marito potesse… compromettersi.
Raccolsi tutte le informazioni e acquisii quell'aria professionale che mi fa guadagnare dei con-grui anticipi, anche se non avevo idea di cosa diavolo dovessi cercare. A dirla tutta, ero convinto che la signora avesse mandato giù troppi scotch uno dopo l'altro. Pericolo di compromettersi un corno! Per come la vedevo io, il marito si sbatteva una zoccoletta di diciassette anni alle cui ragioni la signora, benché non fosse da buttare, non poteva rispondere a tono. Un lavoro di routine insom-ma che tradotto nel mio linguaggio burocratico voleva dire grana facile in tasca col minimo tempo sprecato.
E quando Miss-Mazza uscì, pretendendo un lavoro pulito e rapido e sbattendo la porta a quel modo… porca puttana ebbi di nuovo quella sgradita sensazione: le stesse mosse e gli stessi atteggia-menti della mia ex moglie. Cominciavo a pensare che fosse una cazzo di sorellastra che neanche lei sapeva di avere o che forse conosceva e mi aveva sempre nascosto e ora mi sparava tra i piedi per farmi le scarpe, per accertarsi di avermi fregato proprio tutto.
Avevo divorziato da Eileen da un anno secco e stavo ancora piangendo. E non erano lacrime d'amore, ragazzi. Già, lacrime d'amore un paio di palle... La mia ex moglie me l'aveva messo così a fondo nel culo alla causa di divorzio che dopo un anno dovevo ancora sedermi con cautela. M'a-veva fregato tutto quello che poteva fregarmi. Il suo squalo del foro fece polpette del mio pesce les-so da mezzo dollaro l'ora: se lo spolpò in meno di tre minuti. Ma la sconfitta del mio avvocato suo-nò come una vacanza a Honululu rispetto all'esito che il processo ebbe per me. Mi venne il dubbio che mia moglie beneficiasse anche il giudice delle sue notevoli doti nel settore orale - doti che devo indubbiamente riconoscerle: non c'è che dire, il Padreterno è infallibile; se ti chiedevi cosa diavolo aveva dato a fare una bocca con cui parlare a una col cervello di Eileen, be', quando ti trovavi da solo con lei in un cesso o in camera da letto, il Padreterno ti faceva proprio notare che non faceva mai niente per niente e che gli organi di cui lui ci ha dotato servono tanti scopi; ti dava proprio di-mostrazione del vero significato di parole come onniscienza e preveggenza! Da questo punto di vi-sta, la mia ex moglie era una laureata col plauso della commissione!
Comunque, se Eileen avesse o meno concesso le sue "prestazioni intellettuali" al giudice restò per me un mistero. Ciò che invece non sono nemmeno sfiorate dall'ombra del dubbio, ma maledet-tamente concrete a ogni scadenza mensile sono le sue richieste di alimenti! E non solo. Il giudice stabilì infatti che a lei sarebbero andati anche casa, macchina, giardino e cianfrusaglie. Riuscii a spuntarla solo sul cane, un cocker spaniel che passava le giornate a dormire, mangiare e pisciare sulla moquette: a lei toccò Mr. Orecchie a Sciarpa, ma io riuscii ad aggiudicarmene le pulci.
Ad ogni modo, questa è storia personale e non voglio ammorbarvi con la mia stramaledetta au-tobiografia. Perciò torniamo al caso di Miss-Ho-Una-Mazza-da-Baseball-Nel-Culo. Appena ebbe lasciato il mio ufficio, mi precipitai in strada, convinto che avrei risolto il caso prima che la signora si fosse scolata un altro bicchierino. Raggiunsi il Copacabana in taxi: fummo al locale in cinque mi-nuti, se escludiamo le due ore passate schiacciati nel traffico. Ma quando guardai il tassametro ci mancò poco che le pupille mi schizzassero sul parabrezza: 24 dollari! Con quei soldi avrei potuto affittare una maledetta limousine bianco latte completa di autista inglese in divisa di lino nero e cap-pello intonato!
Dopo aver superato lo shock e mollato i verdoni al rapinatore carrozzato, entrai nel locale, aggi-randomi con nonchalance fra i tavoli e le cameriere in topless. Diedi la mancia al cameriere come qualsiasi cliente rispettabile, ma non capivo perché il tizio continuava a farmi inchini da salamelec-co. Pensai che fosse un fottuto indiano, un maledetto santone di Bombay o giù di lì, ma quando ri-misi la mano in tasca per posare il resto del malloppo mi resi conto che quello era indiano come il Monte Rushmore! Gli inchini a ripetizioni erano semplicemente scaturiti dalla mia mancia esorbi-tante: avevo piazzato in mano a questa scimmietta in divisa un biglietto da cinque dollari convinto che fosse da uno! Ad ogni modo, non potevo riacchiapparlo e fargli mollare la presa: avrei attirato troppi occhi curiosi su di me, ed era proprio quello che volevo evitare.
Tuttavia lo stratagemma funzionò per poco, insieme alla mia invisibilità. Forse furono le mie scarpe, non so, forse il mio vestito un po' liso o l'impermeabile o forse il cappello a qualificarmi con effetto immediato come piedipiatti o qualcosa di simile… ma poi sospettai che fosse stato il mio cartellino pubblicitario affibbiato sulla giacca a tradirmi! (Dovrò proprio ricordarmi di toglier-lo, quando scendo dall'ufficio…)
Per fortuna lo videro solo in pochi e quei pochi decisero che potevano smettere bere per quel giorno. Così lasciarono il locale senza dare nell'occhio, riservandosi solo di organizzare una gara ai 50 metri senza ostacoli fino all'uscita. Non mi feci impressionare. Staccai via il cartellino, tirando-mi via insieme un pezzo di stoffa della giacca e mi avviai col mio vestito da profugo a un tavolo di gente rispettabilissima: c'era Sonny Boy lo sfasciacarrozze che faceva "sparire" auto per la mafia - spesso con conducenti compresi all'interno -, accanto a lui Tony Camonte dava fuoco al suo sigaro, per una volta libero dai suoi impegni notturni (di solito dava fuoco a negozi che non "pagavano"), Salvo Rostelli sorseggiava whisky e poi Mike Lagana che quasi non riconoscevo a viso scoper-to. Ovvio che Giancana era impegnato su altri fronti. Meglio così. Ma in fondo cambiava poco: Salvo era il suo secondo in capo. Parlare con lui era come parlare con Sam G.
Mi sedetti al tavolo e lanciai due battute per accattivarmeli. Il processo procedette a meraviglia, me li imbacuccai proprio per bene i bravi ragazzi, ma quando cominciai ad accennare velatamente a Mister Marito di Miss-Ho-Una-Mazza-Nel-Culo capii che m'ero scucito le mutande da solo! Nean-che il tempo di soffiarmi il naso e quattro angeli custodi larghi come armadi vennero a vegliare sul-le mie spalle. Scartai subito l'idea che fossero lì per un pokerino tra amici, anche perché mi invita-rono a seguirli in altro loco. Cosa che feci immediatamente, di mia completa e spontanea volontà: balzai in piedi e stavo per scattare, ma loro la presero come un'offesa personale e insisterono per ac-compagnarmi di persona, risparmiandomi anche la fatica di arrivarci con le mie gambe: mi presero per le braccia e sollevandomi due palmi buoni dal pavimento mi offrirono una visita gratuita alle la-trine del locale. E capirete che a una così cordiale e spontanea ospitalità proprio non mi riuscì di op-pormi.
Dissi a quei gentiluomini che proprio non avevo bisogno del bagno in quel momento, ma insi-sterono a dimostrarmi come la tazza del cesso fosse anatomicamente attestata per accogliere la testa di un uomo. E mi diedero proprio una bella lavata di capo per convincermene! Tanto che dovetti ammettere che avevano proprio ragione, anche se scoprii che avevano terminato il balsamo alla co-lonia.
Mi mollarono fuori dalla porta sul retro e mi avvisarono di non tornare più a mettere il becco in affari che non mi riguardavano e di cui non comprendevo l'importanza, riservandosi di ragguagliar-mi meglio assestandomi qualche calcio nella milza e nei reni.
A quanto pareva Miss-Scopa-Nel-Retto aveva da preoccuparsi di ben altro che una semplice ra-gazzina in topless specializzata in pratiche esorcistiche per evocare la virilità del suo vecchio. Il mio fiuto, facendosi largo tra i balsami di piscio e latrina che avevo addosso, annusò il puzzo della miccia. A quanto pareva avevo grattato appena la superficie del merdaio. Stava per esplodere tutto e io mi ci sarei trovato seduto sopra proprio al momento del boom. Decisi allora che dovevo risolvere il caso, che era diventata una questione d'onore, una sfida a me stesso, che dovevo provarmi di es-sere un ottimo detective… ma prima di risolvere questo caso, prima di vincere questa questione d'o-nore, prima di sfidare me stesso e provare di essere un ottimo detective… prima di tutto questo dovevo proprio farmi una doccia!
Mi avviavo verso casa, mezzo piegato in due, quando due gambe di un metro e venti buono mi si avvicinarono in tutta fretta. "Fred! Fred, tesoro cosa t'è successo?", urlò una testa da quei trampo-li, e sebbene non mi chiami Fred non esclusi che la testa sulle gambe stesse proprio parlando con me. Infatti dopo un po' alle gambe si unirono anche un paio di braccia magre e una faccia incipriata, sormontata da un ciuffo curvo di capelli biondi che proprio non ricordavo di aver conosciuto. Ma lei pareva proprio che conoscesse il suo Fred, mi parlò di una cena, di una notte, di una telefonata che ancora aspettava…
Capii che dovevo proprio conoscere questa squinzia, seppure non trovassi tracce di lei nei vari cassetti della memoria. Dovevo proprio essere stato Fred quella sera e quella notte, e chissà cos'al-tro diavolo era questo Fred… Ma non dovetti sforzarmi troppo con la testa, perché mentre raggiun-gevamo casa sua, la tipa mi raccontò tutta la faccenda, tutta la serata, la nottata - evocando partico-lari evoluzioni sessuali che identificai subito al mio stile.
Sperai in un ritorno improvviso di memoria alla vista di casa sua, ma come mi informò lei, la notte di fuoco l'avevamo passata a casa mia, quindi addio memoria regressiva! Mi sembrò di cam-minare per giorni: l'appartamento della tipa era davvero sperduto nella periferia della periferia della città. Le facevano compagnia solo cassonetti della spazzatura e gatti spelacchiati.
Ad ogni modo, stetti al gioco, finsi per tutta la linea, almeno finché non riuscii ad avere ciò che volevo: una doccia calda e soprattutto uno shampoo! Emersi dal cesso lindo e profumato come un neonato e mi preparai a ringraziare in un certo modo che voi sicuramente capirete la donna che scoprii - con precisi stratagemmi - chiamarsi Deborah. Non che il nome mi aprisse chissà quali porte dei ricordi, ma almeno sapevo come rivolgermi a lei e potevo ancora giocarmela per un po' - e quanto meno a letto potevo farle sentire con quale dolcezza riuscissi a sussurrare il suo nome. Così le offrii un paio di performance del mio ancheggiamento supino su di lei, anche perché così aggiravo il problema di parlare di niente di cui non sapessi niente al suo proposito, pur rischiando una trombosi fulminante. L'età avanza, amici, e certe stronzate possono rivelarsi salate!
Poi Deborah la dolcezza decise che poteva bastare, che lei aveva fame e decise che anch'io avevo fame e che l'avrei accompagnata in un ristorante carino e che sarei stato gentile e decise che mi sarei fatto perdonare per l'altra volta.
Mi portò in un ristorantino raffinato sulla Quinta Strada e quando mi sedetti e guardai i caratteri in oro con cui era stampato il menu e i nomi francesi dei piatti, ci mancò poco che il mio portafogli se la filasse ben prima dell'arrivo del conto. Ordinai a casaccio un primo e un secondo, indicando al cameriere le portate direttamente dal menu, per non offendere le sue orecchie patinate col mio clau-dicante francese. Deborah invece sembrava a suo agio, parlò francese come una fottuta squinzia pa-rigina e ordinò i vini giusti e le pietanze giuste. Il cameriere, una specie di lampione coi baffetti da topo, espresse la sua compiacenza con una serie di sorrisi con cui esibì la sua smagliante muraglia dentaria, impeccabilmente smaltata.
I nostri piatti arrivarono circa un'ora dopo, quando già avevamo ciucciato due bottiglie di Chianti invecchiato da 35 dollari l'una! Deborah fece questo sorrisino da ebete che doveva signifi-care caro-sono-così-felice-di-essere-qui-con-te-stasera-dopo-tanto mentre io cercavo di evitare che lei spegnesse il suo fuoco di passione con spruzzi troppo consistenti di Chianti. Ma a stento riuscii a contenere le mie escandescenze quando scoprii cosa diavolo avevo ordinato a Muraglia Dentaria. Il lampione credeva forse che mi nutrissi di porcellana, quando mi posò davanti i piatti. Un mare di porcellana bianca faceva da sfondo a un gambo di sedano, due cipolline addobbate come palle di natale, un carciofo svuotato con dentro una fetta di provolone e due olive verdi che mi fissavano sperduti, sperando che a me toccasse il compito di trovare loro un po' di compagnia in quel deserto perlaceo.
Dopo una prima idea, scartata, di accoltellare Muraglia Dentaria, mi accinsi a consumare quella specie di carnevale culinario, masticando a bocca chiusa e ridendo alle battute sceme di Deborah - ormai avevo completamente rinunciato a scoprire chi diavolo fosse perché non me ne fregava un bel niente. Avevo appurato, infatti, che non solo non era stata una gran scopata, ma che lasciava anche molto a desiderare come conversatrice. Cercai quindi di stringere i tempi.
Dopo meno di un'ora avevamo già finito la cena. Chiamai Muraglia Dentaria per il conto e quando protestai per il prezzo, lui mi informò che "la signorina aveva scelto il pesce del Baltico vivo" che il ristorante stesso teneva in grosse vasche sul retro. Be', a quel punto, amici, mi scusai davvero. Non ero a conoscenza, infatti, che in quel ristorante il vitto del maledetto pesce del Baltico del cazzo, quando lo stesso veniva cucinato, era a carico dell'illustrissimo cliente che aveva la for-tuna di adagiarlo sulle sue papille gustative. Fu così che dovetti mollare a Muraglia tutto l'anticipo che qualche ora prima ero riuscito a scucire a Miss Mazza-Su-Per-Il-Culo.
La mia scenata non piacque molto a Deborah però. Poco male: se la prese e decise che per stase-ra ne aveva avute abbastanza e che era meglio salutarsi lì. Cavolo, amici! Per quella giornata le campane suonavano un po' a festa anche per me! Chiaramente finsi un dispiacere enorme, facendo ben attenzione a non esagerare e convincere la mia accompagnatrice, con un'interpretazione troppo sentita, che davvero mi spiaceva separarmi da lei, o da una qualsiasi parte di lei. Così ci salutammo e non fui nemmeno in dovere di riaccompagnarla.
Me ne tornai casa, rimuginando sul caso Miss-Mazza-da-Baseball, convinto ormai che i sospetti di lei erano fondati. Rientrai, mi scolai uno scotch e caddi morto sul divano. Qualche ora dopo - l'orologio a muro sosteneva fossero le 7.30 - suonarono alla porta. Con insistenza (probabilmente il tizio che bussava era lì da un po', ma non mi riusciva di sentirlo, impegnato com'ero a dormire!) Andai verso la porta col preciso proposito di spaccare la faccia a questo succhiacazzi perturbatore del mio sacrosanto sonno.
Un uniforme blu con dentro un ragazzino di vent'anni mi porse un foglietto. "Il detective Ko-nigsberg?"
"Così c'è scritto sulla mia patente", bofonchiai con la voce impastata di sonno.
"Mi spiace disturbarla a quest'ora, ma dovrebbe seguirmi al 24° distretto, signore."
"Chi ti manda?"
Il ragazzino mi guardò e abbassò gli occhi, chiudendosi come una tartaruga nella sua divisa blu profumata peggio delle tette di una donna. "Non sono autorizzato a conferirglielo, signore. La prego di seguirmi."
Però, pareva proprio che il pivello se lo fosse mangiato a colazione il manuale della scuola di polizia! Gli feci segno di entrare un attimo, ma quello mi fissava indeciso, continuando a muovere la mano verso la pistola. "Senti, ragazzo, mi sono appena alzato… non vorrai che venga al distretto conciato così? Mi permetti almeno di darmi una sciacquata?"
"Concesso, signore"
Concesso! Cristo, mi sembrava di parlare a un frigorifero!
Lo feci accomodare, gli offrii del whisky, ma il ragazzo non beveva "in servizio".
"Be', questo è uno dei motivi per cui mi sono tolto quell'uniforme: la mia passione per il whisky mal si conciliava con quella" dissi, versandomi uno scotch. Dopodiché partii in direzione cesso: non volevo certo che il nostro agentino qui macchiasse la sua reputazione al distretto con un esecrabile ritardo nella consegna di un sospetto!
"Chi mi cerca?"
"Non sono autorizzato a discutere queste informazioni con lei. Signore."
"Andiamo, ragazzo… sii un po' sciolto, eh? Te lo chiedo di nuovo: chi è che mi cerca?"
Gli uscì un nome in un tono talmente basso che in un primo momento credevo che avesse preso a recitare il rosario nel mio soggiorno. "Devi parlare più forte se vuoi che ti senta. Oppure avvicina-ti al bagno!"
Sì, avvicinarsi al bagno! Già mi immaginavo il suo cervellino che frullava idee, che scavava in manuali e regole di comportamento del perfetto poliziotto: regola n. 256 paragrafo 5 interlinea 9, "è severamente vietato avvicinarsi a un sospetto, specie in casa sua, se vi chiama dal bagno e ha in mano un rasoio… potrebbe tagliarvi la vostra pistola nuova di zecca!"
"L'ispettore Quinlan vuole parlarle," disse alzando la voce.
"Hank? Che vuole?" Dovevo aspettarmelo che si trattava di lui.
"Non sono autorizzato a discutere…"
"… queste informazioni con lei!" Dovevo aspettarmi pure questa risposta.
Hank Quinlan emerse dietro un cumulo di scartoffie ammucchiate sulla sua scrivania, sprofon-dato in una poltrona di pelle mangiucchiata. Sorseggiava un bicchiere di caffè e nonostante avessi ancora gli occhi impastati di sonno, il pachiderma non si degnò di offrirmene un goccio.
"Hank, devo proprio confessarti che la tua proverbiale cortesia perde punti col passare degli anni: tirarmi giù dal letto alle sette e mezzo del mattino!"
Si mosse sulla poltrona, cercando di districarsi tra le pieghe della camicia zuppa di sudore. "Senti, tieniti per te lo show da saltimbanco e veniamo al sodo: con la trovata di ieri mi hai creato un bel casino, ragazzone."
"Andiamo, Hank… non vorrai parlarmi come fai con quel pivellino che mi hai mandato?"
"Jackson è un ottimo agente."
"Lo sarà, forse. Se fra un anno è ancora vivo…"
"Anche tu sei stato una recluta, Phil, te lo devo ricordare?"
"Fatti tuoi: se ti senti sicuro circondato da questi soggetti…"
Posò la tazza sulla scrivania, protendendosi verso di me. La sua faccia da tricheco era più lucida di una palla da bowling per tutte le gocce di sudore che gli sciavano sulla pelle. E quel piccolo ven-tilatore che stritolava nella mano destra non aiutava molto. "Che cos'hai contro il ragazzo?"
"Assolutamente nulla. Dico solo che se quello si trova davanti uno scagnozzo, prima di tirare fuori la pistola va a controllare se è una procedura corretta secondo il manuale. E finisce che il ma-nuale glielo legge il coroner mentre gli apre il torace per la sua autopsia."
"E su, ora stai un po' esagerando. Si sta facendo le ossa il ragazzo" trasse un respiro talmente profondo che per poco non spostò la scrivania con la boa che si trovava al posto della pancia. "Co-munque non sei qui per questo. Sei qui perché devi spiegarmi che ci facevi ieri sera al Copacabana e soprattutto per spiegarmi il motivo del casino che hai creato."
"Ora mi stai facendo una lavata di testa o vuoi sapere quello che ho scoperto? Perché sai benis-simo che non posso tradire la privacy dei miei clienti."
"Privacy un cazzo! Mi hai preso per uno di quegli avvocatucci con le pezze al culo o di quei vigili urbani che ti raggiri con le tue chiacchiere a effetto? Sai benissimo che posso sapere ciò che voglio, in un modo o nell'altro!"
"Uh, uh… devo aspettarmi un pestaggio, Grande Capo?"
"Non t'è bastato quello di ieri sera?" Si passò rapidamente un kleenex sulla fronte, ma si sbri-ciolò davanti a quel fiume epidermico. "Senti, voglio essere diplomatico, va bene?" continuò tra un sospiro e l'altro e briciole di kleenex incollate sulla faccia. "Per la nostra amicizia e perché ci cono-sciamo da quindici anni: ho un'indagine in corso da un anno e passa su quel locale e non voglio che un detective da due dollari all'ora ci ficchi il naso. Es claro?"
"Due dollari? Magari… Tu mi vedi troppo in alto, amico mio…"
"Vorresti negare che la signora Desmond è stata nel tuo ufficio, ieri?"
"Non sai quanta gente passa per il mio ufficio ogni giorno. Vuoi che mi ricordi di tutti?" Comin-ciai a guadagnare l'uscita: ne avevo abbastanza di Hank che mi pisciava sulle scarpe per marcare il territorio. Avevo visto la scena troppe volte per restare impressionato.
"Ah! Non c'è verso di ragionare con te, eh? Ma t'avverto: stai lontano dal Copacabana. Posso avere la tua parola d'onore?"
"Non sono mai stato un uomo d'onore…"
Hank Quinlan balzò in piedi, scuotendo i capelli umidi e schizzando sudore tutt'intorno. Temetti che il pavimento non lo reggesse. Si passò sulla fronte imperlata un filo di carta, tutto ciò che rima-neva del kleenex. "Rispondi alla mia domanda, maledizione!" urlò. Il collo gli s'era fatto viola con una vena che si gonfiava come un serpentello verde.
Aprii la porta per uscire. "Hank non ti posso promettere niente che non posso mantenere. Io va-do dove mi porta la mia indagine. Ma ti prometto che cercherò di evitare di saltarti sui calli, se è questo che temi."
"Allora vedi di camminare come se ballassi sulle uova. Rompimene anche una sola e ti ritrovi in un mare di merda così profondo che nemmeno i sommozzatori riuscirebbero a ritrovarti. Inteso?"
"Certo, grande capo".
Ormai era chiaro che la patata bollente mi stava ballando proprio sotto il muso… Passai tutto il giorno a cercare indizi e soprattutto una specie di salvacondotto per pararmi il mio beneamato dere-tano nel caso la situazione si fosse messa troppo a sfavore per il sottoscritto. Seguii il solito percor-so: lasciai false piste e false informazioni per tutta la città, per far allertare sentinelle della mafia, ma soprattutto per favorire il lavoro dei miei informatori. Creare un po' di casino quando già il casi-no è sul punto di diventare routine può solo aiutare… può capitare che nel macello generala qualcu-no si lasci sfuggire qualcosa e quando questo qualcuno si lascia fuggire qualcosa… ci sono sempre un paio di orecchie che ascoltano per me.
In serata feci già il mio giro. Le sentinelle avevano ascoltato un po' di sottofondo… ma, come dire, i loro giradischi non partivano se non li oliavi con qualche verdone. Passai gli ultimi fondi del-l'anticipo di Miss Mazza ai miei confidenti e sperai che le informazioni fossero utili davvero. Quelli erano gli ultimi dollari che avevo. Dopo averli sborsati le mie tasche si svuotarono talmente che po-tevi sentire l'eco a parlarci dentro.
Fu Lefty il Sordo a mettere su il disco che volevo ascoltare. Lefty bazzicava il lato est della cit-tà, in pratica ronzava proprio nel raggio d'azione del Copacabana e diciamo che quindi la "musica" del locale gli arrivava… forte e chiara. Così gli passo i verdoni e Lefty comincia a cantarmi un twist scatenato sugli affari di Mr. Mazza, su come le sue finanze erano andate un po' a secco negli ultimi cinque anni e di come loro dicevano che per risollevare il casato, il vecchio avesse fatto congrue do-nazioni per i ragazzi sbandati del quartiere. Donazioni che venivano versate alla "parrocchia laica" del quartiere, gestita da Padre Giancana.
Bella faccenda però, una bella pochade da schiattarsela a ridere. Giancana usava le banche del Mazza per ripulire i suoi guadagni mentre Mazza cercava di moltiplicare le sue colture di denaro nelle serre oppiacee del boss. Proprio una faccenda da macchietta, perché a quanto pareva Mr. Mazza aveva prosciugato un bel po' di quattrini ultimamente. Come se, con la morte che comincia-va a soffiargli sulle chiappe, cercasse un paravento per scordarsela.
Mi chiedevo come l'avrebbe presa la signora. Se le andavo a raccontare la faccenda… se le rac-contavo che il maritino non solo si sbatteva non una ma una squadra intera di cheerleader, ma che nel frattempo non disdegnava di finanziare il carburante che provvedeva al circolo della polvere della città… Potevo attribuire la cosa a una crisi di mezza età?
Cominciavo a capire perché Quinlan non mi volesse tra i piedi. Lui queste cose le sapeva già da parecchio. E sapeva anche di più. Se gli mandavo a monte l'affare, mi avrebbe fatto impiccare, poco ma sicuro. E in onore della nostra amicizia avrebbe provveduto a ungere egli stesso il cappio riservato per la mia esecuzione col sapone!
Dovevo assolutamente parlare allo Spione. Lo Spione era una cooperativa del settore spifferi. Passava sinfonie musicali soprattutto alla polizia, ma per la sua abilità ce lo dividevamo a morsi: tutti nel settore, Polizia e Privati, ambivano ad ascoltare un suo concerto cameristico. Ma era sem-pre difficile strappargli qualcosa, specie per noi privati, perché il furbacchione aveva un suo codice d'onore con Miss Pubblica Sicurezza e malvolentieri ti ventilava affari grossi se non avevi il di-stintivo argentato. E qui, ormai era chiaro, avevamo l'Empire State Building dei casi. A ciò si ag-giungeva che non avevo più un solo dollaro in tasca e lo Spione non era tipo da commuoversi e fare regali… Ma mi serviva proprio lui. Dovevo sapere cosa aveva in mano Hank, così nel caso volesse farmi il servizio da dietro, gli avrei fatto trovare una bel paio di mutande di ferro a trincerare il mio timorato fondoschiena!
Ma alle mie domande su Mr. Mazza lo Spione spalancò gli occhi e gettò le mani avanti. "Calma, calma, bello. Tu vuoi conoscere il terzo segreto di Fatima!"
"Sì, ma posso pagartelo bene…"
"Non è questione di prezzo," sentivo già nel tono l'inconfondibile sinfonia del mercanteggio: primo movimento. Andante allegro. "Tu mi stai chiedendo roba che scotta parecchio."
"E perché sarei venuto da te allora? Se volevo sapere il risultato truccato della partitella del rio-ne avrei già risolto tutto", cominciavo ad allisciarmelo per bene, eh gente? "Sono venuto da te per-ché devo sapere il risultato della finale del Superbowl."
"Questa roba è troppo calda per te."
"Quanto calda?"
"Be' diciamo che per la cottura devi salire oltre i cento dollari centigradi…"
"Non ho un soldo con me ora"
"Cosa?! E hai il coraggio di guardarmi con quell'espressione merdosa del cazzo e di atteggiarti a fare il Lord dell'investigazione con me? Ma lo sai chi è che viene da me, amico? La gente con la grana. Io non tratto. Io do informazioni scottanti e mi aspetto il compenso immediato servito ancora fumante…"
"Frena la lingua. Ho qualche altra cosa che può interessarti."
"Se non hai i verdoni, nada de nada, amico."
"Chiudi per un momento il becco e apri le orecchie, piuttosto. Non posso darti verdoni, ma pos-so passarti della polvere purissima, non ancora tagliata."
"Ora mi prendi pure per il culo?"
"Il tuo culo potrebbe essere molto felice se mi stai a sentire un attimo senza interruzioni."
Mi indirizzò un sorriso a trentadue denti dritto in faccia. "Sentiamo il professore", fece con un inchino.
"Ti ricordi la spedizione da l'Havana?"
"Ma è roba di più di sette mesi fa!"
"Già ma si da il caso che un buon quantitativo di roba non sia partito per le casseforti della poli-zia. Dopo la retata sono riuscito a procurarmene un po'."
"Un po' quanto?"
"Abbastanza per tenere su di giri per una settimana anche un tossico come te."
Gli occhi dello Spione frizzarono a destra e a manca e sopra e sotto. Mi fissò dall'alto in basso, facendosi più vicino: se qualcuno ci avesse visto, domani avrei incontrato le mie difficoltà a convin-cere la crocchia che davvero non avevo nessuna passione per l'ornitologia… Quando mi fu a meno di un pelo, lo Spione mi alitò in faccia la sua eccitazione, sebbene cercasse di celarla. "E dove sta-rebbe questa… polvere?"
"Al sicuro," feci con un sorrisetto.
Lo Spione scattò in dietro come se avessi tentato di baciarlo, un'espressione di disprezzo gli si appiccicò alla faccia. "Mi hai preso per un banco di pegni? Qui non si accettano pagherò o cambia-li!"
"Si accettano eccome", dissi alzando un po' il tono, cominciavo davvero a stufarmi di trattare. "Sai benissimo che ho sempre rispettato i patti. Siamo a Harlem? Sono un fottuto negro? Sono un ispanico del cazzo che ti abbraccia davanti e ti ficca un coltello nella schiena appena ti giri? No. E mi conosci bene. Se te l'ho promessa, ti darò la roba. Quindi comincia a cacarmi noccioline d'oro e se non sono a ventiquattro carati, ti pentirai del fatto che l'ultima dose che ti sei sparato non fosse letale."
"E va bene, Konigsberg. Però non si agisce così. Non ti stai comportando da socio."
"Preferisco farmi frocio che entrare in affari con te. Ora, veniamo al dunque. Fai partire il gram-mofono."
"Ok, ecco l'imbroglio: allora, l'uomo che cerchi ha impiantato una lavanderia di verdoni dentro il locale di Sam G."
"Questo già lo so, vai avanti."
"Quello che non sai è che Hank Quinlan ha messo su un'operazione coi contro-cazzi per acciuf-fare il tuo uomo e Sam G. con l'uccello in mano. Ha sparpagliato un paio di infiltrati nel quartiere e un uomo di fiducia nel locale."
"Chi sono?"
"Ehi, ehi, un momento… ora mi vuoi fare arrostire. Se Quinlan lo viene a sapere mi brucia le chiappe."
"Se non mi fai i nomi, ora, Hank non saprà nemmeno dove diavolo cercarti, dopo questa chiac-chierata."
"E va bene, ma resti un figlio di puttana, Konigsberg, l'unico della più gran puttana della zona."
"Mia madre era una professionista coi fiocchi. Sputa i nomi."
Mi giunse alle orecchie tutta gente nota: ex colleghi, conoscenti, poliziotti della crocchia… que-sto era Il Barbiere di Siviglia, per la miseria! "Veniamo ai piani di Hank."
"Mi farai finire in un mare di merda per quello che ti sto dicendo"
"Nel mare di merda ci sei già, visto che so che sai. E se non vuoi che ti ci affoghi dentro, conti-nua il concerto."
"Be', sono riuscito a capire che Quinlan prepara una retata coi fiocchi, rapida e risolutiva nel lo-cale. Acciufferà tutti a brache calate."
"Quando?"
"E che diavolo ne so?"
Fumai di rabbia, gli assestai un calcio nei gioielli. "Quando?"
"Fortuna che quella puttana di tua madre non ha cagato più marmocchi dopo di te…"
"Che vuoi farci: la perfezione non si ripete," gli diedi il tempo di rialzarsi. "Te lo ripeto: quan-do?"
"Non lo so, Cristo, non lo so davvero! So solo che dovrebbe essere a breve ma non il giorno preciso."
Frignava talmente che gli credei. "Bene. Se sai qualcosa me lo vieni subito a riferire, okay?"
"Certo, padrone."
"E stai tranquillo," disse allontanandomi, "ti farò avere la ricompensa. Ottime informazioni!" dissi sorridendo. Lo Spione mi offrì il medio in visione.
Feci un giro di ricognizione, passai - a debita distanza - davanti al Copacabana. Sembrava tutto tranquillo. Le solite facce, i soliti scagnozzi, porte aperte, gente che entrava, due degli armadi che mi avevano offerto il giro nelle latrine sorvegliavano l'uscita e decidevano chi entrava e chi no.
Mi affrettai a levarmi dai coglioni prima di essere avvistato: l'ultima cosa che volevo era un al-tro shampoo alle essenze urinarie…
Feci un salto nell'ufficio. Chiamai Miss Mazza, presentandomi alla cameriera come direttore di una rivista che avevo fondato due secondi prima a cui la signora aveva sottoscritto un abbonamento. La signora venne al telefono dandomi il tempo di versarmi uno scotch mentre aspettavo.
Le confezionai tutto un romanzo sul marito che aveva una tresca con una ragazzina (vero), che frequentava il locale perché la squinzia ci lavorava (mezzo vero), che in ballo non c'era altro che una comunissima scappatella extraconiugale (menzogna colossale).
Sorvegliai per tre giorni quasi Mr. Mazza e il locale e gli uomini di Sam G. e i poliziotti di Hank. Nessuno si accorse di niente, per i quattro giorni successivi mi mossi meglio di un'ombra, di-ventai la loro ombra.
Ma avevo trascurato un particolare: probabilmente la mia ombra aveva oscurato il davanzale di uno di questi gentiluomini e al quarto giorno, mentre divoravo in fretta e furia un hot-dog all'angolo della 74a, notai un cappello con sotto un impermeabile che mi seguiva.
Feci finta di niente e proseguii, portandomi a spasso il segugio per un bel pezzo ed ebbi modo così di costatare che di tanto in tanto l'impermeabile si alternava col signor cappello rigido di feltro e che cappello rigido a sua volta si alternava con un armadio di muscoli di due metri che poi cedeva di nuovo la strada all'impermeabile. Proprio un pedinamento coi fiocchi amici. E a quanto pare mi stavano tallonando di brutto. E quando ti tallonano di brutto, quando ti si attaccano alle caviglie co-me sanguisughe, rischiando pure di farsi scoprire, c'è una sola spiegazione: stavo per andare a dor-mire coi pesci. Per sempre. Stavano solo aspettando il luogo e il momento giusto.
Così scelsi le strade più trafficate, mi infilai in rioni formicai, in tutti i mercatini dell'usato, i ogni negozio affollato, ma ogni volta che giravo l'angolo, mi trovavo uno di quei simpaticoni alle spalle.
Poi la manna dal cielo. Incontro… o meglio, mi scontro con Deborah, all'altezza del ponte di Brooklyn. La mia adorata accompagnatrice, compagna di letto e responsabile della più colossale ra-pina di cui ero stato oggetto in tutta la mia stronza frequentazione di ristoranti, arrivava proprio al momento giusto. Per prima cosa, quindi, mi guardai bene di proporre un pranzo. "Fred! Insomma, ti pare normale che dobbiamo incontrarci sempre per strada, io e te?"
"Hai ragione, cara," feci esibendo il mio sorriso da copertina, guardandomi intorno alla ricerca dei segugi. "Perché non mi inviti da te a bere un caffè?"
"Oh, ecco, che ritrovo il mio Fred!", cincischiò lei, tirandomi per una manica.
La seguii al suo appartamento e mi assicurai che non ci seguisse nessuno. Salimmo da lei e mentre la signora guadagnava il bagno per darsi una rinfrescata - prima di dedicarsi al suo Fred - feci una capatina alle varie finestre, per essere sicuro di essere salvo da occhi indiscreti.
Tutto tranquillo. Feci un girotondo nel piccolo salotto della signorina, sbirciai un po' nei casset-ti, quando mi accorsi che l'attesa si faceva più lunga del previsto. Cominciò persino a venirmi un po' di curiosità per la squinzia - che premetto non ricordavo assolutamente, eppure qualcosa dei suoi atteggiamenti e delle evoluzioni sessuali da lei esibite giorni addietro… mi tornavano strana-mente familiari… ma non ricordavo proprio in quale contesto - cominciai a pregustarmi un nuovo incontro intimo - sperando che andasse meglio dell'altro. Ballonzolai per la casa, toccavo oggetti, battevo le dita sui mobili, e in questa pessima imitazione di Fred Astaire (la signora magari avrebbe gradito), feci cadere la sua borsetta.
Un esercito di rossetti, mascara, documenti e chincaglierie varie si riversarono sul pavimento. Mi affrettai a rinserrare i caduti nella borsetta, ma mentre riponevo tutto come un bravo scolaretto mi ritrovai per le mani un bigliettino del Copacabana…
No, che bigliettino… era una tessera… Intestata alla signorina DEBORAH LAKE, ballerina del locale. Ma guarda… lo zuccherino nascondeva un maledetto trappola tra le gambe! Mi aveva raggi-rato proprio a dovere. Ma certo me l'ero trovata di fronte subito dopo il pestaggio… gli uomini di Sam Gincana me l'avevano tirata tra le palle per seguirmi e sapere cosa ci facevo al Copacabana…
Ecco spiegati i miei "accompagnatori" di poco prima… ecco perché ero seguito, ecco perché Giancana mi voleva omaggiare di un entusiasmante viaggio nelle acque marine. Viaggio… definiti-vo, si capisce. L'altra volta non le era riuscito di tirarmi fuori un bel niente alla pupa e quindi me la rispedivano addosso per ritentare. Ah, mossa molto ingenua da parte del Boss. La vecchiaia stava minando anche lui, a quanto pareva.
Feci un sorrisetto da gatto, aspettando che la pupa venisse fuori per raggirarmela e godermela con una serie di balle congegnate a effetto. Avrei dato del filo da torcere a Capo Sam. Gli avrei scombussolato le carte. Ma non dovevo esagerare, o Giancana avrebbe capito il trucco e avrebbe di sicuro accelerato le pratiche per la mia escursione non programmata nelle acque ghiacciate della co-sta.
Non potevo impedirmi di ridermela sotto i baffi però. Mi feci un giro delle finestre per tirare le tendine… non avevo affatto rinunciato a riprovare l'ebbrezza del su e giù con Deborah. L'altra vol-ta non era stata una scopata da ricordare, ma che volete farci, sono un tipo magnanimo. Mi piace sempre offrire una seconda possibilità…
E fu quello a salvarmi. E fu quello a farmi segnare un maledetto record nella storia del desiderio sessuale maschile, amici. Nel 99% dei casi - l'ho visto spesso nel mio lavoro - l'uccello nella sua ricerca di oscuri pertugi conduce il suo proprietario in veri mari di merda. Quella volta, invece, mi salvò. Ero andato ad accostare le tendine per creare quel po' di atmosfera prima di dare… la secon-da possibilità alla pupa e chi ti vedo? I tre ragazzoni che mi seguivano poco prima. Giù al portone. Stavano per entrare.
"Eh, no, ragazzi", mormorai, "la nostra frequentazione sta diventando troppo assidua."
Pensai di svignarmela alla svelta. Deborah non sarebbe mai uscita dal quel cesso perché proba-bilmente ne era già uscita da tempo… ma dalla finestra. Ragionai in fretta. I tizi stavano sicuramen-te cercando di circondarmi. Neanche a parlare di prendere le scale. Mi rimaneva la scala antincen-dio. Ma da quale balcone? E se non ci fosse stata?
Dovevo rischiare. Uscii sul primo balcone. Nada.
Rientrai, e mentre cercavo un altro balcone, un energumeno sfondò la porta con la pistola punta-ta.
"Ehi, ci conosciamo da appena qualche ora e già mi piombata in casa a chiedere la mia mano? Se non rallentate il passo, finiremo lingua in bocca nell'arco di un'ora." Ma il mio show non sortì effetti. Il bestione non fece altro che fissarmi e caricare il cane della pistola.
Approfittai del secondo di distrazione per sgattaiolare nell'altra stanza, mentre sentivo la pistola esplodere i colpi. Guadagnai l'uscita per l'altro balcone. Un colpo di fortuna: la scala antincendio. Mi ci buttai dentro come fossi a una gara di snowboard, mi fiondai verso il basso a piedi uniti. Ma in basso mi attendeva un altro bravo ragazzo. Lo colpii in faccia con un pugno e le mie nocche ancora mi strozzerebbero per quella trovata…
Quello si fece un sorrisino del cazzo, come a dire e adesso che non mi hai atterrato che fai?
Non mi sembrava il caso di lasciarlo troppo appeso a quel dubbio: gli mollai un calcio nei testi-coli con tale violenza da meritarmi l'imperituro ringraziamento di tutte le donne che in futuro a-vrebbero scambiato effusioni col tizio. Avevo appena messo fine alle possibilità dell'energumeno di inquinare geneticamente i loro ovuli. Dopodiché, me la filai all'istante.
Me l'ero scampata bella per il momento, ma dovevo ringraziare la fortuna più che la mia intelli-genza e furbizia. Se non altro, ora tutto era chiaro. Gli uomini di Sam G. dopo avermi pestato fuori al Copacabana avevano pensato bene di mandarmi alle costole la signorina Deborah che prestava servizio e faceva "servizi" nel loro lussuoso locale alla moda. Pensavano di acchiappare subito il piccione, visto che lei probabilmente s'era vantata di aver avuto una tresca col suo Fred. Certo, loro non avevano considerato che io non mi ricordassi per niente della squinzia… ma qui era intervenuto il caso, che, è il caso di dirlo, era arrivato proprio a un millimetro dal mio esecrabile fondoschiena. Già perché a quanto pareva m'ero proprio fatto trovare coi pantaloni calati, dal signor Caso, a mia insaputa. Me l'ero calati per fare il maschione con la dolce donzella che neanche ricordavo e avevo finito per diventare io la dolce donzella del Signor Caso. Se avessi lasciato perdere Deborah quella sera… ma proprio non potevo: se ricordate, amici, i miei capelli non avevano un'espressione e so-prattutto un profumo molto decoroso.
Non m'avevano accoppato quello stesso giorno, credo, giusto per capire quanto ne sapessi sul-l'intera faccenda. Sam G. non è un imbecille, non ammazza nessuno se non è strettamente necessa-rio. I morti puzzano, i morti lasciano messaggi: un tipo tranquillo e silenzioso da vivo, può trasfor-marsi in Frank Sinatra dopo la morte. Era chiaro che quegli armadi che mi avevano seguito durante gli ultimi giorni, aspettando il momento giusto per appendermi come scheletro in una delle loro ante aspettavano solo di capire quanto in profondità fossero giunte le mie indagini.
Ero certo che la mia chiacchierata con lo Spione e gli altri informatori aveva fatto trapelare trop-po. Avevo neanche troppo involontariamente aperto la valvola del gas, ma Sam non avevano gradi-to. E m'aveva mandato appresso gli esattori del consumo di metano. Aveva giocato di nuovo la car-ta della fica per essere sicuro di attirarmi in quel posto sperduto, ideale per imboscamenti… sessuali e… mortuari, diciamo così. Eros e Thanatos: aveva pensato a questo Sam?
Ad ogni modo era acqua passata e me l'ero sciacquata di dosso alla meglio. Anzi, avevo fatto un capolavoro del lavaggio, se vogliamo essere precisi. Me l'ero cavata con niente, quando il rischio di infortunio superava il 100%! Anzi, avevo anche potuto allontanarmi, fiero di essere riuscito a sca-valcare uno di quei macigni che dovevano regalarmi un completo di cemento a pronta presa, riser-vandomi la finezza di incasinargli la sua vita riproduttiva.
Ma ora, amici, era il caso di ragionare e agire. E in fretta. Mi precipitai a casa per una doccia ve-loce e un cambio di vestito prima di telefonare Miss Mazza. La Miss fece sapere che mi avrebbe subito raggiunto in luogo isolato e sicuro. Decidemmo per il Central Park.
A parte qualche arzillo settantenne che macinava chilometri per il sentiero, o qualche giovanotto in cerca di emulazione dei più grandi podisti olimpionici, eravamo quasi soli, io e Miss Mazza. Pas-seggiammo un po', mentre le snocciolavo un po' di informazioni, in precedenza prudentemente "corrette" e ripulite dei particolari più scottanti, a proposito dei movimenti di suo marito negli ulti-mi giorni.
Avreste dovuto vedermi, ragazzi! Le mie passate e continue frequentazioni nei cinema della cit-tà mi garantivano un bel bagaglio di intrecci e storie e intrallazzi dove pescare per accomodare una storia un po' troppo… calda. Mi sentivo un fottuto Mankiewicz, sembrava avessi mangiato Douglas Sirk a colazione, avessi condito il tutto con una spruzzatina di George Cukor, mentre sorseggiavo Frank Capra. Mescolando fatti reali e falsa-finzione cinematografica, proiettai a Miss Mazza un dramma più credibile della migliore delle pellicole di Kazan.
Le raccontai le scene che la signora voleva vedere e operai di censura su quelle che avrebbero potuto turbare i suoi sonni futuri. Ne venne fuori così un dramma sociale sospeso tra Arthur Miller e Douglas Sirk. Le dissi che sì, suo marito continuava a sbattersi la ragazzina, che li avevo seguiti, che avevo scoperto l'alberghetto dove la incontrava. In realtà, all'alberghetto c'erano stati solo una volta. Mr Mazza infatti aveva pensato che se doveva vedere con una certa frequenza la sua ragaz-zina tanto valeva comprarle un monolocale e sbattersela lì in tutta tranquillità. Tanto più che quando fai regali alle donne - e soprattutto a quel tipo di donna - te le stringi all'uccello più strette di un profilattico. Ma la parte sul monolocale la tenni per me: non volevo certo che la signora, in preda alla rabbia, dopo aver lasciato me si fosse fiondata nel tugurio suddetto e avesse tirato fuori per un momento la Mazza da Baseball che solitamente tratteneva nella spina dorsale, per spezzare quella della squinzia di suo marito, rinunciando per alcuni fatali minuti al suo aplomb d'Alaska. E per con-vincerla, le offrii le fotografie che avevo scattato del marito con la tizia. Foto, posso dire, irrefu-tabili, inequivocabili.
Miss Mazza non lasciò trasparire una sola emozione. Prese le foto dalle mie mani, mi consegnò la busta con un altro anticipo sul mio onorario completo e si avviò dalla strada da cui era venuta. "Continui a seguirlo", fermandosi un attimo, ma senza voltarsi. "Voglio sapere tutto quello che fa. Ogni giorno."
Mi aspettavo che il mio lavoro finisse lì e, detto tra noi, lo speravo proprio. La faccenda stava diventando troppo scottante e se Hank mi beccava a bazzicare di nuovo sul territorio… mi tagliava la testa come minimo. "Non credo ci sia molto da aggiungere. E poi ulteriori indagini le costerebbe-ro…"
"Non si preoccupi della spesa. Posso pagarla. E bene. Lei continui a fare il suo lavoro. Io prov-vederò a pagarla a ogni scadenza."
Be', che altro potevo dire? "Come vuole. Continuerò allora."
Filai allo studio, misi al sicuro il malloppo appena guadagnato in cassaforte e presi la polvere per lo Spione. Gliela consegnai quindici minuti dopo e quello attaccò subito a lamentarsi che il pa-gamento arrivava con ritardo. "Le informazioni te le ho date quattro giorni fa, bello!"
Gli spiegai che avevo avuto dei casini che mi avevano trattenuto. Per fortuna che quando vide e assaggiò la roba, ed ebbe così modo di appurarne la qualità, fu talmente preso che si dimenticò del ritardo.
"Sono il tuo maledetto Babbo Natale", gli dissi mezzo serio e mezzo ironico.
"Eh, parole sante. Parole sante."
"E a Babbo Natale, tu sai bene che non si rifiuta un altro favore, se non si vuole ricevere carbo-ne, vero? Che Babbo Natale, ora, non ti invia più per il caminetto, ma te lo manda a scavare diretta-mente nelle miniere, con una bella catena al piede."
"È diventato proprio un bel figlio di puttana allora…"
"Oh, non immagini quanto. Vedi gli hanno fregato la slitta l'anno scorso, ed ora le sue palle co-lorate girano troppo vorticosamente perché lui possa passarci sopra."
"E cosa vorrebbe ora, Babbo Natale, dallo Spione?" fece lui, con un tono che non ammetteva più proseguimento per il giochino.
"Be', il nonnino rosso imbacuccato vorrebbe tanto sapere che affare sta intavolando Sam G. col suo nuovo socio banchiere che noi due conosciamo bene."
"Perché dici che hanno un grosso affare imminente?"
"Hank vuole fare una retata tra un po' no?"
"Sì, ma questo che c'entra?"
"Ah, ah, così non va. A Babbo Natale non piacciono quelli che cercano di metterlo nel sacco. Babbo Natale passa la sua dannata esistenza a infilare roba nel sacco. E non gradisce che lo si tratti alla stregua dei suoi giocattoli e frutta candita. Guarda, mi sento generoso e voglio darti una secon-da possibilità; ti rifaccio la domanda e stavolta voglio sincerità assoluta: cosa frulla all'interno del Copacabana tra Sam G. e il nostro amato banchiere?"
"Ma perché sei così convinto che ci sia un affare imminente?"
"Hank non scomoderebbe mezzo dipartimento come sta facendo se non ci fosse qualcosa nell'a-ria. Vuole coglierli con le mani nel sacco…"
"Fa parte anche lui della squadra di Babbo Natale, eh?"
"Ne è socio onorario."
"Comunque io so solo quello che si mormora… niente più. Solo mormorii della gente qui del giro."
"E che dicono, i mormorii?"
"Quello che dicevi tu, ma nessuno sa cosa in effetti ci sia in ballo."
Lo guardai per alcuni secondi. Lo fissai come se fossi il Padreterno in persona venuto per giudi-carlo, ma stavolta pareva dicesse proprio la verità. Certo, lo Spione era un artista della balla, era ca-pace di convincerti che aveva parlato con tua nonna prima di entrare nella sua camera ardente, ma quella volta stava proprio dicendo la verità.
Chiaramente, però, non glielo diedi a intendere. Mi allontanai, puntandogli contro il dito. "È so-lo un arrivederci. Se c'è qualcosa di nuovo chiamami subito. E se scopro che mi hai detto una sola balla o che hai dimenticato qualcosa nel tuo racconto…"
"Non ho detto balle", si difese lui con una faccia indignata che pareva una collegiale importuna-ta.
"Sarà meglio per te."
Non tornai subito a casa, ma feci un giro per il Copacabana, stando ben accorto a non passare davanti all'entrata principale! Era pericoloso, certo, nella mia condizione stavo proprio ficcando la mano fra i canini del leone. E il micione non aveva ancora pranzato!
Due degli energumeni che mi avevano seguito pattugliavano il retro. Mi accostai, mi feci na-scondere da un cassonetto. Non riuscivo a beccare tutto quello che dicevano, ma era meglio di nien-te. E di certo non avrei avanzato di un passo… ci tenevo a tornare a casa…
Parlavano di un "pacco" in arrivo… Doveva essere l'affare di Sam G.
"Secondo te manca molto?"
"E chi lo sa? Giorni, mesi, ore… Il capo non ha fatto sapere niente a nessuno"
Merda, questa era proprio una bella fregatura.
"Già, ma l'uomo non lo vuole più però…"
"No"
L'uomo…
"S'è fatto troppo ingombrante, in effetti. I suoi milioni non servono più ora… è diventato un at-tira-stronzi coi fiocchi…"
"Ha incaricato te di… pensarci?"
"No."
"Chi lo farà allora?"
L'altro pronunciò un nome che non mi riuscì di afferrare.
"Quando?"
"Presto"
Be', le informazioni lasciavano a desiderare. Speravo di raccattare qualcos'altro ma dovetti svi-gnarmela perché i gentiluomini si stavano dirigendo proprio verso il mio cassonetto.
Levai le tende, ben intenzionato a chiamare Hank domattina, facendomi pagare profumatamente l'informazione. Anche se non era granché. Ma l'avrei condita, oh sì, avrei fatto un romanzo. Hank mi pagava a volte, quando gli davo qualche cosa di succulento. E questo era davvero un bel piatti-no…
Filai a casa, mi scolai uno scotch e mi buttai sul divano. Ero talmente stanco che mi addormen-tai subito.
Al mattino mi svegliò il campanello. Ore: 7.45. Aprii la porta e (ci credereste?) di nuovo lo sbarbatello nell'uniforme blu. "Ragazzo, vuoi proprio che getti via la mia sveglia?"
"Scusi, per l'orario, detective."
"Niente. Entra un attimo. Cos'è successo?"
"L'ispettore Quinlan mi ha detto di passare a prenderla."
"Dobbiamo andare in centrale?"
"No, signore."
"Dove, allora?"
"In una casa."
"Vogliamo continuare quest'intervista in eterno o vuoi riassumermi la faccenda?"
"Devo condurla in una casa dove è stato trovato il corpo del signor Wilder."
Mi bloccai. "Merda, l'hanno già fatto…"
"Cosa?"
"Niente. Mi infilo le scarpe e andiamo"
La casa, manco a dirlo, era quella sperduta della dolcezza Deborah che detto tra noi non avevo più rivisto da quando m'aveva rifilato quella carinissima trappola per farmi friggere le chiappe. Hank colava sudore e teneva il cappello un po' sollevato sulla testa. Sorseggiava un caffè e mastica-va un pezzo di ciambella, staccando morsi sempre più violenti e poderosi.
Il corpo di Mr Mazza giaceva a letto. Nudo. Bella messinscena non c'era che dire. E a quanto pareva volevano far ricadere la colpa sulla socia Deborah che probabilmente già era lontana mille miglia, o forse molto più semplicemente sarebbe riemersa da canale uno di questi giorni.
Inutile a questo punto dire ad Hank ciò che sapevo. Mi avrebbe scuoiato vivo per non averlo chiamato ieri sera.
Ma non ce n'era bisogno. Era già incazzato come se avesse mangiato peperoncini per tutta la notte.
"Ecco cosa volevo vedere!" mi disse trionfante, guardandomi.
"Cosa?"
"La tua faccia."
"Cos'ha la mia faccia?"
"Volevo proprio vedere la tua faccia quando saresti entrato in questo buco. Hai stampata in fac-cia la conferma che già c'eri stato."
"È un reato?"
"Be', nelle condizioni in cui siamo sì! Potrei accusarti di intralcio di indagini!"
"Con quali prove? La mia espressione?"
"Dimmi cosa c'entri tu con questo?" disse indicando il cadavere.
"Assolutamente niente"
"Assolutamente un paio di cazzi!" urlò.
"Ne so quanto te. A occhio e croce il vegliardo qui ha fatto fare al suo uccello un allenamento troppo drastico".
"Questo è quello che vogliono farci credere. E lo sai benissimo!"
"E allora che vuoi da me?"
"Non lo so perché", disse avvicinandosi e alitandomi in faccia il puzzo di caffè e ciambelle. "Ma sono sicuro che tu sai più di quello che dici e che questo" disse indicando ancora il letto e il ca-davere, "è anche colpa tua."
"Che vuoi fare, accusarmi di omicidio?"
"Non fare il saltimbanco. Con le tue indagini, figlio di puttana, mi hai fatto saltare il blitz e l'appostamento e mi hai fatto perdere la gallinella dalla uova d'oro."
"Chi, il vecchio?"
"Lo sai cos'hanno fatto? Ho controllato stamattina: hanno scaricato tutte le prove sullo stronzo scopatore qui e a me non rimane un bel niente per incastrare Sam G.? Come la vedi?"
"Come la vedo… non sono affari miei Hank. Io seguo la mia indagine."
"La TUA INDAGINA HA FOTTUTO LA MIA! Te ne rendi conto o no?" urlava come un ossesso, sputava pezzi di ciambella in giro per la stanza. "Ma non credere di cavartela…"
"Che c'entro io?"
"Ti hanno visto. Ti hanno visto mettere il naso troppo spesso al Copacabana. Anche ieri sera. Ecco, bravo, sbianca pure. Credevi non l'avrei saputo? E allora hanno deciso che era meglio soppri-mere le prove?"
"E l'affare?"
"L'affare non lo facevano comunque dal carcere."
"Be', non sei contento? Hai sventato l'operazione…"
"SVENTATO UN CAZZO!" mi esplose nelle orecchie. "Me ne frego del carico di eroina. Do-vevo beccare Sam G. e ora lo stronzo sarà sulle spiagge di Cuba con un daiquiri in mano e una put-tana sull'uccello a ridermi in faccia!"
"Non credo sia così contento del piano sventato…"
"Ma mi è sfuggito e questo mi basta per roderti il culo per un periodo molto lungo."
"Andiamo Hank…"
"Fuori di qui."
"Senti…"
"Fuori dalla mia indagine."
"Aspetta un…"
"FUORI DAL MIO LUOGO DEL DELITTO DEL CAZZO! Non la voglio la tua faccia a girare per questo posto!"
"Solo una cosa. Un favore."
"Come come? I tuoi favori stanno a zero, bello!"
"Non diramare ancora la notizia che il vegliardo qui era implicato con la mafia."
"Oh, bella e perché non dovrei? Per farti un favore? Ma io allora lo diramo subito il comunica-to!"
"Il favore non lo fai a me, ma alla vedova. Io i soldi li becco comunque. Ma almeno non le dia-mo il colpo"
"Lo verrà a sapere comunque."
"Sì, ma almeno viene a sapere una cosa alla volta. Non solo deve sapere che il marito è morto, ma che è morto anche nella stanza della sua squinzia. Vuoi pure aggiungere che era il finanziatore dei mafiosi?"
"Ti do un giorno. Non di più. Domani si saprà ogni cosa."
"Bene," mi avviai.
"Ma una cosa: non credere di cavartela così. Il favore l'ho fatto alla signora. A te ti combino un servizio che non te lo scordi facilmente. Farai molta fatica a racimolare grano nei prossimi mesi."
E lo fece davvero signori. Nei mesi successivi stentai a trovar clienti. Aveva attuato una politica mafiosa, aveva diffidato tutti dal contattarmi. I ricettatori e gli informatori mi voltavano le spalle e se riuscivo a beccare un caso dovevo fare tutto da me come un bravo liceale. Hank mi tolse tutti i contatti, sbatté in galera quei pochi informatori che volevano restarmi fedeli, così in men che non si dica nessuno volle più essere accostato a me. Ero un vero appestato.
Ma torniamo al caso nostro. Appena lasciato Hank mi precipitai da Miss Mazza. Quando le dissi che suo marito era morto le vidi spuntare qualche lacrimuccia. Era chiaro che volesse contenersi, davanti al detective. Le passai la notizia coperta, le dissi che era morto nel letto della sua amante.
"Eddie," le sentii dire, "morire nel letto di una puttana! Che bella pubblicità per il nostro nome e per i tuoi figli!"
Avrebbe avuto a maledirlo ancora di più, la signora, quando sarebbe venuta a conoscenza della faccenda, pensavo. Ma non sarei stato io a rivelarglielo. Ah no, per fortuna. Ora, però, nonostante i suoi sghignazzi, le feci capire che aspettavo il pagamento. Cosa che, devo dire, lei fece subito. Sal-dò il conto e mi salutò. Era più che chiaro che lei ci teneva ancora più di me che fossi fuori casa sua il più presto possibile.
Uscii, infilando il malloppone, in tasca, perché, amici, bisogna pur campare e fare affari. E me-no male! Fortuna che presi un bel gruzzolo da Miss Mazza, perché fu quello che mi fece andare a-vanti nei mesi successivi, mesi che Hank mi fece ricordare per molto tempo.


 

Il fischio ovattato di un treno attraversò le tapparelle. La ragazza si mise seduta, poggiando i seni sulle ginocchia nude. Guardò lo spicchio di tramonto languire e ritrarsi, scivolando sotto la finestra socchiusa e abbassò lo sguardo. Il ragazzo sbatté le palpebre come si svegliasse adesso da un sogno d'infanzia. Le toccò la spalla ma il suo gesto restò sospeso nell'aria, annullato da un futuro che non ci sarebbe stato.
La ragazza aveva insistito per cercare un albergo vicino alla stazione così che non avrebbero di-menticato di avere il tempo razionato, che lei sarebbe ripartita a breve. Quell'ultimo giorno, però, aveva voluto "chiudere fuori il mondo, il tempo, gli altri", così avevano sprangato la finestra, chiuso la porta a quattro mandate, tirato giù le tende e abbassato le tapparelle fino al marmo.
Ma ora i treni fischiavano e la loro impazienza bussava insistentemente alla loro stanza. Il rin-tocco sterile della campana di una chiesa celebrava lo scolorire dei loro abbracci. Avevano avuto cinque giorni, solo cinque. Tutto qui. Cinque giorni per conoscersi, per imparare a conoscersi, cin-que giorni spesi a cercare il corpo dell'altro e unirlo ai suoi pensieri. Dopo mesi di messaggi, di sen-timenti filtrati da telefonini e caselle di posta, la loro amicizia aveva conquistato odori, profumi, la morbidezza della pelle.
La valigia giaceva già sistemata vicino alla porta, pronta per essere chiusa. Li fissava senza espressione, con l'ottusità degli oggetti senza sentimenti. Lui le prese le mani e cercò di baciarla, ma lei si ritrasse e lui riuscì soltanto a sfiorarle le guance, sentendo svaporare sulle labbra il salma-stro delle lacrime e il calore della sua pena. Non parlò e non cercò parole di conforto che sarebbero suonata false, perché non riusciva a trovarne neanche per se stesso. Le strinse la mano e rivide con violenza sulle sue braccia i morsi degli aghi che l'avevano lacerata, in cui aveva cercato una fuga, i canali che aveva aperto perché il veleno uccidesse la memoria. Restavano sulle braccia come gli occhi di un gufo, un nero spento che ti fissava anche quando tu lo ignoravi.
I capelli rossi raccoglievano il suo spleen, cedevano al peso dei tormenti attorcigliati nella sua testa e cadevano inerti sulle scapole nude. Il suo corpo ancora caldo vibrava nell'immobilità della stanza e mancò poco perché tremasse al pensiero di separarsi. Pensò al tempo che planava come un falco in picchiata a carpire i loro abbracci, a separare le loro mani. Allora si lanciò su di lui, gettan-dogli le braccia al collo. "Mi dispiace… mi dispiace sia finita… mi dispiace sia durata così poco…" mormorò mordendosi il labbro. Lui le afferrò le spalle minute e in quel momento gli sembrò piccola davvero, così stretta su se stessa, tangled up in blue, una foglia autunnale accartocciata sul suo gu-scio di dolore. Stava fuori dalla scorza, ormai, il suo corpo di angelo in preda alle mura bianche, senza i suoi anfibi, abbandonati sul parquet di legno, col viso pulito, insolitamente orfano di mascara e rossetto e ombretti rovesciati sul comò.
Lui sollevò da terra il babydoll rosso, la gonna microscopica, la magliettina aderente e li poggiò su una sedia con movimenti non pensati e non coscienti, con le immagini di quei cinque giorni che lo frastornavano. A stento riusciva a tenersi in piedi, a non cedere alla vertigine. Aveva delle sue fo-to… aveva dei ricordi… ma non gli interessava. Non voleva le foto e i ricordi si sommavano ad altri ricordi, col rischio di confondersi. No, niente ricordi o foto… voleva portare con sé l'odore della sua pelle nuda, le infinite fragranze dei suoi capelli: li avrebbe conservati e difesi nelle narici con la costanza di un crociato. Solo così lei avrebbe continuato a far parte di lui, anche dopo averlo lascia-to.
La ragazza sgusciò fuori dalle lenzuola e si rivestì in silenzio evitando di guardarlo e lui ascoltava lo sferragliare di cinte e bottoni senza riuscire a esprimere un solo gesto, masticando sen-za convinzione una gomma alla menta forte. Lei separò in silenzio i letti che poche ore prima ave-vano unito insieme affollando di risate la stanza. Al ragazzo sembrarono anche più distanti, ora, quei letti, con le lenzuola riassestate e i cuscini riposizionati ai loro posti e le forme dei loro corpi che evaporavano dai materassi.
Poi lei infilò i suoi anfibi e non le erano mai stati così stretti, mai erano suonati così duri su un pavimento. Il ragazzo si scosse al rumore dei carrarmati sul parquet: capì che anche se fosse restato immobile per un millennio, lei sarebbe partita comunque. Inghiottì senza saliva e con lo sguardo an-dò alla ricerca di un bicchiere d'acqua, ma incontrò solo l'unica bottiglia rimasta. Vuota. Lei lo fissava stranita e quando lui incrociò il suo sguardo, si strinse nelle spalle.
Il ragazzo pensò che era assurdo, che non potevano lasciarsi. Si alzò e tentò di abbracciarla ma non riuscì a trovare un gesto che non fosse impacciato o imbarazzato. Il fischio di un treno irruppe e la corsa della motrice scosse l'alberghetto. Lui non riuscì più a muovere un solo passo, riusciva solo a inghiottire aria e fissarsi i piedi nudi. Gli occhi della ragazza si muovevano nelle orbite come scoiattoli sperduti, alla ricerca di qualche appiglio, qualche particolare della stanza da tenere per sempre nella memoria. Ma quella stanza era maledettamente nuda e spoglia, con quelle mura bianco latte che abbagliavano. Fino a quando erano stati vicini, abbracciati, fino a quando il fiato dell'uno era stato quello dell'altro quelle mura nude erano state parte integrante dei loro corpi nudi. Ma ora quell'indaco slavato abbagliava e feriva, e non solo le retini.
Valutarono insieme la possibilità di abbracciarsi ancora. Lei fece un passo in avanti, stendendo timidamente le braccia, ma gli sbuffi della stazione le imposero di rinunciare. "Dobbiamo proprio andare" disse con un sorriso fatto di menzogna, come svelavano i suoi occhi tristi. Il ragazzo chiuse la sua valigia, l'afferrò e aprì la porta. Sgusciarono fuori in silenzio, attraversando il corridoio senza sfiorarsi neanche, ascoltando i loro passi attutiti dalla moquette verde scadente, mentre alle loro spalle la notte senza stelle risucchiava via per sempre il tramonto di quel giorno.
Sul binario semideserto stazionava il ghigno dell'Eurostar, livido e lucente come un serpente allungato su una roccia. Lei si mosse un po' sulle punte, stringendo i denti, mentre lui non riusciva a staccare gli occhi dalla motrice. Non poteva fare a meno di odiarla: quell'ammasso di ferraglia se la sarebbe portata via tra un po' e se ne sarebbe fregato della pena che gli avrebbe lasciato…
Lei salì sulla sua carrozza, lui la aiutò a sistemare i bagagli e si preparò a scendere. Si guardaro-no ancora, senza riuscire a trovare parole che non suonassero false e banali. Sulla piattaforma cion-dolava un barbone in cerca di spiccioli e poco distante un carrettino che vendeva bibite si trascinava senza convinzione tra qualche sparuto passante.
"Mi scriverai, vero?" disse lei, non riuscendo ancora a tenere fermi i piedi, col freddo che le gelava le dita e i polpacci che tremavano e il sapore metallico dei binari che le aveva invaso la gola.
"Certo", disse lui. Dopo una pausa dolorosamente lunga aggiunse: "Abbiamo i nostri numeri di telefono, no?"
"Già" she said, ma fu un sospiro più che un'affermazione: parlò con la testa chinata e gli occhi chiusi.
"E poi oggi ci sono aerei, treni… ogni luogo è vicino all'altro, no?" continuava lui, elencando possibilità, cercando attenuanti… come se quella separazione non indicasse il ritorno per tutti e due ai propri ritmi, alle proprie vite separate. Per sempre separate. E aveva paura lui. E anche lei. Paura che il tempo avrebbe risucchiato le increspature della separazione. Paura che di lì a qualche mese entrambi avrebbero continuato come se non ci fosse mai stato nulla, come se non gliene importasse, paura che avrebbero fatto finta di niente.
Lui capì che tutto quello non era stato che un piccolo intermezzo fra gli atti della loro vita. Spe-rava solo che entrambi avrebbero riservato un palco d'onore a quel ricordo tra la platea confusa di quelli passati e quelli che sarebbero venuti.
"Be'…" cominciò lui, ma lei gli stampò tre dita sulle labbra.
"Never say goodbye," she said, "Never."
"Okay", disse lui, ed ebbe difficoltà a inghiottire. "Arrivederci, allora?"
"Sì".
La stazione era quasi vuota. Non c'erano molte persone in partenza e nessuno era venuto a salu-tare nessuno. C'era quasi da pensare che quell'Eurostar aspettasse solo lei… Il ragazzo la strinse forte, voleva che il suo corpo da scoiattolo gli entrasse nella carne, che le sue costole si aprissero per accogliere quelle di lei.
Il fischio del capostazione scosse tutti i muscoli della ragazza in un lieve sussulto. Si strinse a lui tutta tremante, poi afferrò il suo maglione, lo attrasse a sé e lo baciò. Si baciarono come fosse l'ultima volta, ma anche la prima, l'unica nelle loro esistenze di solitudine. Un'ultima volta per re-spirare il respiro dell'altro, finché fosse divenuto il proprio. Lei sentì la sicurezza di lui svanire nel tremore di quel respiro caldo.
Seppure erano riusciti a sfiorarsi, mai avrebbero potuto camminare mano nella mano. Avevano vissuto vite troppo distanti l'una dall'altra e nonostante lui scorgesse in quegli occhi tristi l'anello della sua vita, ammise con realismo che mai sarebbe riuscito a infilarlo al dito, la misura non sareb-be mai combaciata. Il suo orrore, il suo inferno protetto dall'ovatta del mondo borghese non sareb-bero mai stati sposi dell'irrequietudine di lei, della sua vita da zingara, del suo mondo senza centro e senza nome.
E lei sapeva che la sua fame di distruzione, la sua ansia di fuga prima o poi avrebbero incancre-nito la loro vita. Una zebra non sarà mai la sposa di un cavallo da tiro, ma cercherà sempre la sava-na, tornerà prima o dopo a scalciare tra l'erba alta, anche se ad attenderla ci fossero i canini di un leopardo.
Lui scese e la porta automatica gli si chiuse davanti, non prima che riuscisse ancora a scorgere il suo viso dietro il vetro. La fissò ancora e ancora, come il più splendido coleottero mai scoperto, rinchiuso in una gabbia di cristallo.
Lei mosse la mano in segno di saluto, ma il suo gesto si dileguò un secondo dopo, quando il tre-no azionò motori e ferraglie e la condusse via. Via da lui e dai suoi sentimenti e dal suo corpo che l'aveva stretta fino a pochi secondi prima.
I finestrini scorsero via, e dietro di loro i passeggeri, dietro lei. Il ragazzo attese. Attese fino a non riuscire a scorgere le carrozze, fino al dileguarsi del più minimo fragore meccanico, aspettando che il nulla si riaffacciasse all'orizzonte.
And then he turned back. Chiuse gli occhi con la certezza di aver trovato la sua gemma e con la stessa certezza di non aver potuto trattenerla: come un rivolo di pioggia lei aveva attraversato il suo pugno più stretto.
Salì in macchina, ingranò la marcia e sparì. Si allontanò nella sua nube di forse, perché e do-mande irrisolte e non poste. I piedi della ragazza non avrebbero mai indossato pantofole, anche se in quelle di lui avevano trovato un calore dolce e gentile. Lei non era tipa da pantofole… She wasn't that kind of girl... Sarebbe morta con un paio di scarpe da ginnastica inzaccherate di fango per l'ulti-ma notte passata sotto le nuvole. Ma lui non ci sarebbe stato. Forse a quel punto l'avrebbe addirittu-ra cancellata dalla sua memoria. Ma in quel preciso istante il suo cuore sarebbe ghiacciato senza più le ali luminose del suo angelo a coprirlo, volate via per liberare quell'anima disperata dalle sue catene di terra e lasciarla dormire finalmente su un cuscino di nuvole, lontana dal dolore, lontana dalla sua pena.


For Althea,
a very very very special girl,
All my love, Tony.

 


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