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[recensione] Air - Pocket symphony (2007)



Air - Pocket symphony



Sono passati già tre anni dall'ultima fatica degli AIR, quel "Talkie walkie" spaziale e romantico che aveva dimostrato ancora una volta la loro capacità di esprimersi con sonorità elettroniche intelligenti senza mai ripudiare un lessico rigorosamente pop, ma quasi non sembra. Forse perché nel frattempo Jean Benoit Dunkel, il volto classico del duo di Versailles, è venuto fuori con un album solista fresco e ritmato nascosto dietro l'acronimo "Darkel". Forse perché ascoltare l'ottimo "5:55" di Charlotte Gainsbourg, uscito l'anno scorso, è stato come ascoltare un loro album, o magari un vero e proprio preludio al nuovo album.

Le analogie, infatti, tra i credits dell'album della figlia di Serge Gainsbourg e Jane Birkin e questo quarto lavoro degli Air non sono poche e casuali. Il geniale e pacato vate dei Divine Comedy, Neil Hannon, e l'istrionico Jarvis Cocker dei Pulp, parolieri e co-autori in tutti brani di "5:55", presenziano cantando un brano a testa. Il primo figura nella disincantata malinconia tra Pink Floyd e Brian Eno di "Somewhere between making and sleeping" che avvicina gli Air a un sound british , il secondo in "One hell of a party", calda e notturna che sembra un estratto di "This is hardcore" dei Pulp riarrangiato con un tocco nippon. E' questa la più significativa particolarità di "POCKET SYMPHONY" in una sorta di filo conduttore che lega saldamente il nuovo album alla traccia conclusiva del precedente, la splendida "Alone in Kyoto" (colonna sonora di "Lost in translation"), anche con l'introduzione di singolari strumenti giapponesi.

Nel complesso armamentario di Dunkel figurano infatti un koto, una sorta di vibrafono a corde, e lo shamisen, chitarra-banjo a cassa armonica quadrangolare, a concretizzare più efficacemente il loro amore per il Sol Levante. In maniera palese e appassionata nell'intermezzo che anticipa la fuga finale dell'unico brano veramente movimentato della raccolta, la coinvolgente "Mer du Japon" accompagnata da un eloquente scroscio di sottofondo ("Nel mare giapponese io perdo la ragione"). Ma non solo. Si ascoltino le visionarie e fugaci sinfonie ambient "Mayfair song" e "Lost message", tetri cieli notturni disegnati da un piano narrativo e rievocativo, percorsi da gelidi asteroidi di effetti e synth. I brani scorrono uno dopo l'altro senza cali di tensione né scossoni, in maniera molto uniforme, in un unico flusso di note lieve e pacato. Tra l'altro - ulteriore analogia con "5:55" - a guidare l'affiatata equipe c'è il Re Mida del pop dalle venature elettroniche e futuribili più o meno pervasive, Nigel Godrich (per i più sprovveduti produttore di Radiohead, Paul McCartney, Beck, Divine Comedy, Travis oltre di "Talkie walkie"), sempre impeccabile nel saper modulare orchestrazioni e loop con la sua peculiare iperproduzione che arricchisce anche i brani più scarni di sfaccettature difficilmente carpibili a primo ascolto. Il suo tocco si sente più che mai nel perfetto uno-due iniziale, la suggestiva "Space maker" dove fa da padrona la chitarra acustica di Godin immersa in un accompagnamento che nelle percussioni può ricordare "La femme d'argent", l'opening track di "Moon safari", e nel singolo, la filastrocca lunare "Once upon a time" in cui le cruciali incursioni di flauto e glockenspiel esaltano l'inquieto pianoforte.

Così Dunkel ha l'accompagnamento adeguato per sfoggiare il suo inconfondibile timbro alienato ed etereo che neppure talune interpreti femminili riuscirebbero a riprodurre. In controtempo con "gelida visceralità" nella vibrante "Napalm love" tracciata da radenti synth e con echi vintage che più francesi non si può nell'epico incedere della sensuale "Redhead girl". E' invece Godin il protagonista, almeno vocale, nella crepuscolare "Left bank", omaggio alla Rive Gauche, quella di Saint Germain e del Quartiere Latino, punto di riferimento almeno fino a qualche decennio fa dell'avanguardia artistico-culturale di Parigi, e nell'edulcorato romanticismo di "Photograph".

Un disco che arriva alla fine del suo cammino come una meteora. Dopo neanche quarantacinque minuti di ascolto che sembrano durare molto meno, giunge l'ultimo delicato affresco, la minimale "Night sight" pura elettronica ambientale con una pianola lontana e spaziale, tra riverberi ed echi orchestrali sognanti che ricordano gli ultimi Radiohead e i Sigur Ros, proiettati verso il nulla. O proiettati forse verso il prossimo suggestivo viaggio degli Air. Allacciare le cinture…




Tracklist
1 Space Maker
2 Once Upon a Time
3 One Hell of a Party
4 Napalm Love
5 Mayfair Song
6 Left Bank
7 Photograph
8 Mer du Japon
9 Lost Messages
10 Somewhere Between Waking and Sleeping
11 Redhead Girl
12 Night Sight


- Recensione di 'Talkie Walkie' (2004)
- Sito Ufficiale Air


piero m., 15/04/07
(Se vuoi scrivere un commento all'autore della recensione: pieromk@virgilio.it)


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