Gorillaz - Demon Days nuovo new last ultimo cd album
[recensione] Gorillaz - Demon Days (2005)
E' strano che mentre iniziano a rincorrersi voci più o meno
fondate su un possibile ritorno di Graham Coxon nei Blur, Damon
Albarn se ne esca di nuovo col suo ambizioso progetto parallelo.
Sono passati quattro anni da quando dall'underground più
underground la sua collaborazione con lo stralunato fumettista Jamie
Howlett ed uno dei pezzi grossi della scena rap californiana, il
produttore Dan "The automator" Nakamura (ora momentaneamente
fuori dal progetto), la band fantasma mandò in crisi Mtv
e derivati che mandavano a rotazione il successone "Clint Eastwood"
senza riuscire, come avrebbero sperato, a lanciare in diffusione
planetaria anche la loro immagine, nascosta e avvolta com'era attorno
ad un alone di mistero.
Sei milioni di copie vendute, più degli ultimi tre dischi
dei Blur messi insieme, sono un'eredità pesante e difficile
da eguagliare specialmente dopo il fallimentare secondo album di
b-sides e remix, ma Damon ci riprova con l'orgoglio e la strafottenza
adolescenziale che continua a contraddistinguerlo nonostante sia
anche lui ormai più vicino ai quaranta che ai trenta. Il
singolo video apripista "Feel good inc." non è
al livello del già citato singolo d'esordio, il video è
sempre roba da psicofarmaci ma musicalmente rivela un piglio ottimista
e ironicamente estivo tra chitarrine spagnoleggianti, dance non
eccessiva ma ballabile e hip-hop. In quanto a tormentone se la gioca
tutta con "Dirty Harry" lenta cantilena in salsa techno
che Beck gli avrebbe volentieri rubato anche se il vocione hip-hop
fa perdere molto ad atmosfere prevalentemente cupe dalle venature
dark. "Last living soul" avrebbe potuto lasciarla ai Blur,
decadente con quel duetto vibrante tra archi angoscianti e una disperata
voce femminile campionata. "Green world" con il suo riff
post-punk sommerso e offuscato dalla secca linea ritmica tra basi,
batteria e tastiera che strizza l'occhio agli 80's.
Tutto sotto la supervisione del Dj DangerMouse, il maestro destrutturatore
del "mash-up" famoso per aver mescolato il White album
dei Beatles al Black Album di Jay Z. Taglia, brucia, dissolve, mixa,
intreccia come solo lui. E non a caso in diversi passaggi si avverte
chiaramente la sensazione di essere scivolati in un buco nero dove
trip hop, beat, blues, brit, soul, elettronica e rap si mischiano
in un vortice acido e claustrofobico.
Strabiliante il blues modernista di "Every planet we reach
is dead" aperto da wah-wah, sfocia in pianoforte e organo perfidi,
archi e synth in fiati all'LSD. "All alone" è il
punto di contatto tra Air e dub inglese nei suoi intrecci vocali
vintage. In "White light" sembra che i Chemical Brothers
abbiano remixato il Beck di Mellow Gold. A rendere ancora più
variegato il lavoro lo sterminato numero di collaboratori da De
La Soul, Neneh Cherry, Martina Topley-Bird, Shaun Ryder degli Happy
Mondays. Ike Turner, marito di Tina. Trascurabili invece i distillati
rap di "November has come" e "All alone" dove
per fortuna c'è Damon che riesce con il suo tocco a staccarne
l'etichetta di semplici riempitivi. "Dare" è un
flashback che ci riporta in un club di due decenni fa.
E' poco chiaro il motivo per cui si scelga nella titletrack conclusiva
di dare pieno spazio al coro della Gospel London Community in un
brano alquanto anomalo aperto da archi cinematografici che vira
in un soul liberatorio in andatura reggae. Due perle la precedono
e sono entrambe degli omaggi. L'omaggio più o meno esplicito
ai Beach Boys e Brian Wilson nella soffusa filastrocca surf di "Don't
get lost in heaven". L'omaggio al vecchio Dennis Hopper, il
leggendario Billy di Easy Rider, che si cimenta in un imprevedibile
reading su base hip-hop. E' "Fire coming out of a monkey's
head". Piccola annotazione. Tutti i titoli nascondono un'amara
ironia.
C'era una volta ai piedi di una grande montagna,
una città dove gli abitanti vivevano come un popolo felice
La loro esistenza era un mistero per il resto del mondo
Oscurata com'era da grandi nuvole
Risponde Damon, chitarra e voce, nostalgico e malinconico, quasi
nei panni di un menestrello che racconta nel rimpianto la meteora
del mito on the road in un quella che sembra una metafora del fantasma
chiamato Gorillaz, perso nella sua dimensione fiabesco-psichedelica
minacciando di cambiare un mondo che sa di non poter cambiare.
Oh piccola città degli Stati Uniti, il tempo è trascorso
per farci capire che
Non c'è niente in cui si crede che si vuole veramente
Tracklist
1. Intro
2. Last Living Souls
3. Kids With Guns
4. O Green World
5. Dirty Harry
6. Feel Good Inc.
7. El Manana
8. Every Planet We Reach Is Dead
9. November Has Come
10. All Alone
11. White Light
12. Dare
13. Fire Coming Out Of A Monkey's Head
14. Don't Get Lost In Heaven
15. Demon Days
- Sito
Ufficiale Gorillaz
piero m., 12/06/05
(Se vuoi scrivere un commento
all'autore della recensione: pieromk@virgilio.it)
Indice
delle news | Indice
delle recensioni | Indice
delle interviste
|