[recensione] Mark Lanegan - the winding sheet
L’esordio di Mark Lanegan è decisamente lontano rispetto a quanto egli stesso ha saputo costruire assieme alla sua band di sempre, gli Screaming Trees; mentre questi ultimi si muovevano attraverso un robusto rock psichedelico, durissimo e acido agli inizi, poi caratterizzato da un piglio cantautorale che ne addolcì notevolmente gli sviluppi (dal capolavoro “Buzz Factory” dell’89 fino al conclusivo “Dust” che pose fine in modo ingeneroso alla carriera del gruppo), la poetica del Lanegan solista è sempre stata permeata da un perenne stato di oscura riflessione solitaria. Tanto parco in termini di prolificità discografica (cinque album in tredici anni, compreso un lavoro di sole cover) quanto totalizzante in termini di emozioni riversate, il percorso artistico di Lanegan è stato inevitabilmente ostacolato da problemi di ogni tipo (dal perenne stato confusionale dell’autore che rese la lavorazione del secondo album “Whiskey For The Holy Ghost” un autentico calvario, al quasi-fallimento della Sub-pop, le cui precarie condizioni economiche impedirono uno svolgimento regolare delle registrazioni), e anche se lo stesso esordio “The Winding Sheet” (1990) non fu immune da insicurezze e impedimenti (Lanegan inizialmente non voleva incidere un album ma un EP di sole cover blues; la formazione originaria avrebbe dovuto includere Kurt Cobain e Chris Novoselic, poi costretti per problemi contrattuali a limitare la presenza a due sole tracce, con i nomi modificati in Kurdt Kobain e Christ Novoselic) rimane tuttora uno dei lavori più solidi e convincenti dell’era pre-grunge.
Accompagnato dal talentuoso polistrumentista Mike Johnson (poi bassista nei Dinosaur Jr. nonché apprezzato autore solista) e assistito da un Jack Endino allora bassista delle Babes In Toyland, Lanegan dona forma concreta a paure ancestrali e abissi di solitudine divoranti; nulla è vivo nel panorama di macerie allestito nell’iniziale, tremenda “Mockingbirds”, del cui stato di desolante abbandono l’autore è pienamente consapevole (“You can’t kill what’s already dead…”). Le scorie di una memoria sofferta e soffocata da abusi tossici contaminano la successiva “Museum”, dall’incedere narcolettico; “Undertow” e la lancinante “Ugly Sunday” non sono da meno. Completamente elettrica è “Down In The Dark”, unico episodio che idealmente si riallaccia alla strada tracciata dagli Alberi Urlanti, ulteriormente impreziosito dalle backing vocals di Cobain, unitosi a Lanegan nell’agghiacciante ritornello, un “you will” ripetuto all’infinito.
L’insopportabile via crucis finora accennata viene portata avanti con invariata efficacia (probabile vetta della seconda metà del lavoro l’ipnotica “Eyes Of A Child”, emblematica dell’angoscia senza fine che vi si cela: “we could wander, we could stray / but the shame still remains”), fino al trittico conclusivo di “Where Did You Sleep Last Night?”, classico di Leadbelly (e secondo brano a vedere la presenza dei due Nirvana) poi nuovamente eseguito da Cobain nei Nirvana come traccia conclusiva dell’unplugged, e le più (relativamente) rilassate “Juarez” e “Love You Little Girl”, il cui scarno giro di acustica pare sia stato il primo mai composto da Lanegan (che imparò a suonare la chitarra poco prima delle sedute di registrazione dell’album).
Essenziale il booklet: due foto di Lanegan immobile nella semioscurità e uno sfocato ammasso di detriti tra cui si fatica a distinguere le spoglie umane dell’artista.
Tracklist:
Mockingbirds
Museum
Undertow
Ugly Sunday
Down in the Dark
Wild Flowers
Eyes of a Child
Winding Sheet
Woe
Ten Feet Tall
Where Did You Sleep Last Night
Juarez
I Love You Little Girl
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- recensione di 'bubblegum'
peter panda, 17/03/03
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