[recensione] Pearl Jam - Riot Act (2002)

I Pearl Jam hanno sempre rappresentato per me molto più di un semplice gruppo musicale, essi ormai appartengono a quella stretta cerchia di artisti che hanno segnato il mio passato e porterò sempre nel cuore. Voi a questo punto vi chiederete, giustamente, come possa esprimere un parere obbiettivo e recensire un disco dei cinque di Seattle senza pregiudizi di sorta.
Nonostante l’affetto che mi lega a questa band non sempre ho approvato ogni loro scelta (in ambito musicale e non) e ho criticato più volte il loro penultimo lavoro in studio, Binaural, un album oscuro, per certi versi controverso e al di sotto delle attese dopo l’evocativo e spirituale No Code e il parziale ritorno alle origini dell’ingiustamente sottovalutato Yield.
Com’è logico che sia i Pearl Jam sono cambiati dal loro esordio nel 91’ quando il movimento “grunge” cominciava ad affacciarsi con insistenza sulla scena musicale per poi diventare il fenomeno di massa noi tutti abbiamo conosciuto e che si è esaurito dopo pochi anni con la tragica morte di Cobain. Oggi i membri dei Pearl Jam non sono più dei ragazzini, ormai navigano verso i 40, ma l’affiatamento e la passione degli esordi è rimasta intatta, anzi si è rafforzata grazie all’inserimento di Matt Cameron (ex Soundgarden) andato a colmare quel posto di batterista da sempre precario in seno al gruppo e rivelatosi un talento poliedrico e un compositore di ottimo livello. Nonostante l’evoluzione del loro suono quello che non è mai cambiato nell’etica personale dei Pearl Jam è il loro atteggiamento verso la musica; ovvero proporre un rock senza compromessi e concessioni alle mode del momento.
Riot Act uscito nel tardo 2002 conferma questa tendenza proseguendo il discorso lasciato in sospeso con Binaural. Ma Riot Act spazza via il disco precedente che per intensità e qualità non regge il confronto.
Di certo non è un disco facile da metabolizzare specie per i fans della prima ora (Ten e VS.), infatti pur rimanendo rock allo stato purissimo di influenza 70’ Riot Act riesce ad essere moderno, attuale e allo stesso tempo maturo, consapevole e “compatto”. Il filo conduttore che lo pervade è il “pensiero-contro" espresso dal suo stesso titolo (Atto di rivolta).
Si inizia con l’atmosfera rarefatta, sospesa fra sogno e realtà, di Can’t Keep trasportati dagli intarsi suggestivi creati dalle chitarre acustiche ed elettriche e dalla voce di Eddie Vedder. Si è trattato quindi di un sogno? Non c’è tempo per fermarsi a riflettere perché dopo poco veniamo investiti dal ritmo incalzante di Save You che ci riporta all’interno di un territorio più familiare: un punk-rock rabbioso, abrasivo ed essenziale.
Segue Love Boat Captain forse il momento più emozionante ed intenso dell’intero album. Dedicata ai nove ragazzi morti schiacciati durante l’esibizione dei Pearl Jam in una tragica edizione del Rockslide Festival, è un crescendo continuo che si conclude in un finale catarchico che ci lascia con una speranza e una citazione beatlesiana (… all you need is love… love…love).
Ma sono molti i momenti che lasciano il segno in Riot Act; il singolo I am mine, pezzo minimale solo in apparenza, contiene uno dei testi più belli e intensi mai scritti da Vedder, la ballata Thumbing my way che omaggia Springsteen, o l’hard rock grezzo di Get Right dove Mike McCready si esibisce in un funambolico assolo di chitarra caratterizzato da un uso diabolico del pedale wah wah.
C’è anche tempo per sentire qualcosa di inedito e inaspettato: le chitarre psichedeliche e il lirismo di You Are, l’incedere ossessivo di Help help, e il sarcasmo antigovernativo di Bu$hleaguer canzone che ha creato non poche polemiche anche fra le stesse fila dei fans americani.
All or None quindicesimo e ultimo pezzo dell’album sembra svolgere la stessa funzione di Indifference, brano conclusivo di Vs., una ballata delicata, intima e sofferente al tempo stesso.
Presenza costante in tutto l’album è la tastiera di “Boom” nuovo membro del gruppo e amico hawaiiano di Vedder che aggiunge una nuova dimensione al suono della band in modo non invasivo, anche se talvolta superfluo.
Forse la voce di Vedder non ha più la potenza di un tempo, ma non è mai stata intensa come oggi.
Forse il “grunge” è morto, o forse non è mai neppure esistito se non nella mente di critici smaniosi di etichettare e omologare.
Ma il rock alle soglie del nuovo millennio è ancora vivo e gode di ottima salute. Bastano solo chitarra, basso, batteria e la passione per far suonare questi strumenti, una passione che arde nei 54 minuti di Riot Act.
Tracklist:
1. Can't Keep
2. Save You
3. Love Boat Captain
4. Cropduster
5. Ghost
6. I Am Mine
7. Thumbing My Way
8. You Are
9. Get Right
10. Green Disease
11. Help Help
12. Bushleaguer
13. 1/2 Full
14. Arc
15. All Or Non
- Recensione di 'Pearl Jam' (2006)
- Recensione di 'Live At Benaroya Hall Oct 22nd 2003' (2004)
- Recensione di 'Rearview Mirror: The Best Of Pearl Jam' (2004)
- Sito Ufficiale Pearl Jam
andrea, 01/06/03
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