[recensione] Pearl Jam - Pearl Jam (2006)
Gli ultimi sopravvissuti della generazione di Seattle tornano dopo
il deludente "Riot Act"con il nuovo attesissimo ottavo
album in studio di una carriera ormai più che decennale.
"PEARL JAM", titolo da greatest hits o summa di quindici
anni di ininterrotta attività? Niente di tutto questo. Perché,
almeno per quanto riguarda gli aspetti extramusicali, la band conserva
quell'alone di invidiabile imprevedibilità propriamente alternative.
Ultima trovata quella di mettere a disposizione per il download
gratuito il singolo "World wide suicide", incedere stonesiano,
ritornello urlato, testo eloquente quanto il titolo (E' l'ombra
di un mondo malato di dolore/Perchè non capiamo che c'è
veramente da preoccuparsi?). Il disco è però aperto
dall'altrettanto energica "Life wasted", nostalgico tentativo
di rivivere i fasti di "VS" tra riff granitici, aggrovigliatissimi
assoli di McCready in background e rallentamenti in cui il penetrante
timbro di Vedder dà il meglio di sé (L'ho affrontata,una
vita buttata/Non tornerò ancora indietro).
Era stato presentato dal batterista Matt Cameron come un disco punk-rock.
I due minuti e poco più di "Comatose", scritta
a quattro mani dai due chitarristi, ne sono una prova. Voce aggressiva,
riff accelerato che ricorda vagamente "Spin the black circle",
assolo supersonico e reprise che dal vivo farà scintille
(Considerami un oggetto/Mettimi sotto vuoto). "Severed hand"
ha un'introduzione quasi psichedelica che fa prevedere la prima
sosta in un inizio incessante e, invece, da un crescendo si innesca
un riff che sembra ripescato da "Ten". E' il classico
copione che ci fa dire: "Questi sono i Pearl Jam!".
Di tutt'altra natura i due pezzi che seguono. La noiosa "Marker
in the sand" si adagia su venature vicine ai Soundgarden e
un chorus con linee melodiche poco incisive, troppo leggere e sfibrate
per Vedder (Sento una nausea/Una nausea che mi assale/Come se vedessi
la libertà venir risucchiata verso il mare). "Parachutes"
(E la guerra?/Apri il cielo e dimmi a cosa serve), la prima ballata
della serie, è un sincero e disinteressato omaggio ai Beatles,
in cui la voce, sofferta e concentrata, si trova sorprendemente
a proprio agio. Toccante.
In "Unemployable" sono invece due dei punti di riferimento
chiave, Neil Young e i REM, a riecheggiare fin troppo esplicitamente.
Ambizioso e inusuale rispetto ai canoni della band il breve intermezzo
ideato da Gossard che spezza nuovamente il ritmo riprendendo l'open-track.
"Wasted reprise", in cui Eddie si conferma uno dei migliori
cantanti della scena attuale duettando quasi a cappella con l'organo
dell'amico Boom Gasper. Finalmente qualcosa di nuovo. Quanto lo
stranissimo arpeggio tra wave e Cure della vibrante, tormentata
"Army reserve", punto d'incontro ideale tra primi Pearl
Jam e U2, testo con la collaborazione di Damien Echols, leader dei
West Memphis Three, tre adolescenti accusati ingiustamente dell'omicidio
di tre bambini nell'Arkansas (Quanto tempo dovrà attendere
primo che la terra crolli verso una caduta senza fine?/Lei può
sentire questa guerra sul suo volto).
La voce, calda e grintosa che sconfina nel blues, è il salvagente
della deriva Aerosmith di "Big wave", scritta da Ament,
di gran lunga più capace nelle più congeniali vesti
di bassista. "Gone" è invece marchio di fabbrica
vedderiano al 100%. Melodia velata di malinconia e nostalgia folk
tra irish e west-coast che esplode in fughe liberatorie. Si allinea
almeno negli intenti a copioni ineguagliabili quali "Given
to fly" o "Off he goes" ma ne resta ben lontana,
purtroppo. Il testo però merita una citazione più
approfondita: Mai più mattinate sconvolte/Mai più
serate penose/È il Sogno Americano ciò a cui non credo
più/Le luci della città appaiono belle soltanto quando
corro veloce
Ancora più folk-blues, rievocando Springsteen, sbuca fuori
"Come back", senz'altro poco adeguata al clima generale
dell'album. Per fortuna chiude, meglio, "Inside job",
ballata che nasce con timidi cenni floydiani (e Gary Westlake, socio
di McCready, al piano) scossa poi da perentorie sferzate che la
fanno scivolare in una lunga coda culminante nello schema classico
con sfogo corale e assolo liberatorio (Lasciami correre nella pioggia/Per
far brillare una luce umana di nuovo).
Chi cerca sonorità nuove dovrà convincersi definitivamente
che vanno cercate da un'altra parte, non certamente nei Pearl Jam.
Per chi si accontenta di un rock viscerale e ben suonato questo
disco varrà più del predecessore, probabilmente quanto
un "Binaural", almeno un gradino inferiore al primo sintomo
del fisiologico calo di vena compositiva ("Yield"). Che
poi la voce, che resta sempre centrale, oltre a colpire al cuore
non rinunci a mandare dei messaggi tutt'altro che indiretti - testi
tutti di Vedder, ad eccezione del brano conclusivo di McCready,
di un pessimismo cupo ai limiti del catastrofico come mai in passato,
riflesso del deludente esito delle elezioni presidenziali statunitensi
nella cui campagna elettorale figuravano tra i più accesi
oppositori di Bush - e, cosa più importante, senza comode
banalizzazioni, di questi tempi non può che essere un piacevole
sollievo.
I Pearl Jam resistono, nonostante tutto.
Tracklist
1. Life Wasted
2. World Wide Suicide
3. Comatose
4. Severed Hand
5. Marker in the Sand
6. Parachutes
7. Unemployable
8. Big Wave
- Recensione
di 'Pearl Jam - Rearview Mirror: The Best Of Pearl Jam ' (2004)
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di 'Pearl Jam - Live At Benaroya Hall Oct 22nd 2003 ' (2004)
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- Sito Ufficiale
Pearl Jam
piero m., 02/05/06
(Se vuoi scrivere un commento
all'autore della recensione: pieromk@virgilio.it)
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