[recensione] Red House Painters - red house painters I
Classe 1968, Mark Kozelek inizia a suonare la chitarra a 10 anni. A quattordici è già tossicodipendente. A 18 anni lascia gli studi; risalgono allo stesso periodo le prime esperienze musicali in un gruppo hardcore, i God Forbid. Disintossicatosi, decide di intraprendere la strada acustica per esternare i propri dolori, i propri traumi. Ha poco più di vent’anni quando sceglie la denominazione Red House Painters (colpito dall’annuncio pubblicitario di una ditta di imbianchini texani) e registra un paio di demo tra il 1989 e il 1990; due anni più tardi viene contattato dalla 4AD, che ristamperà tali demo in un unico album, il sofferto, bellissimo “Down Colourful Hill”. “Red House Painters I” (1993) è dunque il primo lavoro di soli inediti del quartetto americano; tanto sommesso sotto il profilo delle emozioni trasmesse quanto strabordante nella durata (quattordici tracce per una durata totale che oltrepassa i 74 minuti), “Red House Painters I” è una raccolta di canzoni in cui la quantità di disperazione riversata è a tratti insopportabile. I temi trattati (incomunicabilità, malessere esistenziale, prostrazione emotiva e incapacità di esprimere a parole l’enorme quantità di disagio che si cova dentro) non rappresentano certo una sconvolgente novità; quel che cambia rispetto a buona parte della scena americana di quegli anni è il modo in cui tali sensazioni vengono espresse, preferendo affidarne l’urgenza a dolcissime distese acustiche piuttosto che al feedback lancinante di un J Mascis o alle grida straziate di un Kurt Cobain. L’iniziale “Grace Cathedral Park” incanta e stupisce in un gioco di delicate rifrazioni che solo in parte mitigano il senso di strisciante disagio che ancora mantiene confini decorosi nella successiva “Down Through”, fino ad esplodere oltre il limite consentito nella terribile “Kathy Song”, impotente dichiarazione d’amore sussurrata alle pareti di una stanza buia e spoglia (struggente la conclusione, dolente e affranta fino al dolore fisico: “Without you what does my life amount to?”).
Tutto il resto dell’album (e dell’intero operato dei Red House Painters) attinge direttamente dalla vita e dai pensieri di Kozelek, una sorta di diario privato dove l’esserne messi a parte quasi imbarazza tanto intensa è la portata emotiva dell’insieme: ricerca d’amore negato o sottratto (“Mistress”, “Mother”), ebbrezza derivata da quegli attimi in cui ci si sente del tutto liberi e puri (“Rollercoaster”), l’illusione di aver visto una luce alla fine di un tunnel di incancellabile depressione (“Take Me Out”) o semplici descrizioni di stati d’animo cristallizzate in un attimo eterno (“New Jersey”; “Dragonflies”). L’intero album è il suono di implosioni emozionali dall’insopportabile intensità, riflessioni nate e cresciute in uno stato di inviolabile solitudine; sorprende come Kozelek non abbia mai sentito il bisogno di urlarle ai quattro venti, limitandosi a un registro perennemente catatonico che appesantisce l’atmosfera in maniera determinante. Su tutto si stagliano i bellissimi testi (Kozelek per primo ha sempre ammesso la priorità delle parole sulla musica nel suo operato), purtroppo omessi dallo scarno artwork.
Molti dei brani composti nel periodo di gestazione di “Red House Painters I” non troveranno spazio in un lavoro dalla durata già torrenziale, e verranno così pubblicati in un secondo album autointitolato uscito lo stesso anno, dalla bellezza e ispirazione praticamente paritaria (tra gli episodi migliori spicca una splendida rilettura di “I Am A Rock” di Simon & Garfunkel). Kozelek ha anche dimostrato di possedere una vena ironica piuttosto sviluppata, molto più di quanto i suoi dischi potessero far pensare; lo ritroveremo infatti nel cast di “Almost Famous”, dove impersona il bassista della band Stillwater, un tipo di poche parole ma perennemente concentrato su due costanti: cibo e donne. La sua esperienza cinematografica avrà un seguito nel successivo film di Cameron Crowe, “Vanilla Sky” (limitandosi però a una veloce comparsata), mentre l’attività nei Red House Painters è ferma al 1998, anno di lavorazione di “Old Ramon” (pubblicato solo nel 2001 per problemi contrattuali), che fino ad oggi resta l’ultima testimonianza del gruppo.
Tracklist:
1. Grace Cathedral Park (Kozelek) - 3:50
2. Down Through (Kozelek) - 2:38
3. Katy Song (Kozelek) - 8:22
4. Mistress (Kozelek) - 4:05
5. Things Mean a Lot (Kozelek) - 3:24
6. Funhouse (Kozelek) - 9:18
7. Take Me Out (Kozelek) - 4:48
8. Rollercoaster (Kozelek) - 4:17
9. New Jersey (Kozelek) - 3:58
10. Dragonflies (Kozelek/Riel-Nail) - 3:58
11. Mistress [Piano Version] (Kozelek) - 4:32
12. Mother (Kozelek) - 13:06
13. Strawberry Hill (Kozelek) - 7:34
14. Brown Eyes (Kozelek) - 1:48
peter panda, 13/03/03
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