Sigur Ros - Takk nuovo new last ultimo cd album
[recensione] Sigur Ros - Takk (2005)
"TAKK
" arriva tre anni dopo "( )". Vuol
dire "grazie" e, a detta del cantante e chitarrista, Jonsi
Birgisson, è un disco felice e ottimista. Ma con un'eredità
scomoda. Quella di fronteggiare i paragoni con l'eccellente predecessore.
Quasi la stessa eredita dello stesso "( )", che era riuscito
però a ripetere senza problemi il successo dello sconvolgente
"Ágætis Byrjun".
Non più indipendenti, passati a una major, non cambiano però
mentalità e propositi. Al contrario, sembrerebbe un paradosso,
nel nuovo lavoro manca una potenziale canzone da mainstreaming al
livello di "Svefn-g-englar" (alta rotazione su Mtv) o
"Njosnavélin" (colonna sonora di "Vanilla
Sky"). Un po' come in "( )", troviamo dei brani con
melodie tutt'altro che immediate, arrangiamenti compositi e avvolgenti,
irrinunciabili vampate post-rock e shoegazer. Emerge però
una minore propensione a dilatazioni che lasciano il posto ad aperture
sinfoniche più frequenti e curatissimi inserti di archi e
tastiere, sempre adeguati e mai eccessivi. Il suono Sigur Rós
è ormai plasmato e inconfondibile. Altra novità significativa
è rappresentata dal momentaneo abbandono dell'hopelandic,
la lingua inventata da Jonsi che avevo reso inimitabile l'indecifrabile
"( )" con le sue otto tracce senza titolo. Per il sollievo
di qualcuno, questa volta, contro la loro indole, ("Trovare
dei titoli per i nostri brani è una fatica alla quale rinunceremmo
volentieri") hanno assegnato un titolo alle undici tracce che
scorrono nei sessantacinque lunghi minuti di "TAKK
".
L'omonima apertura, un tripudio di campanellini, è il prologo
ideale per iniziare a immergersi nelle atmosfere oniriche e rarefatte
di un disco aperto dalla vellutata "Glósóli".
Il singolo, che si manifesta in un chiarore intorbidito da un anomalo
scratch di sottofondo e dal caratteristico stridore delle corde
della chitarra pizzicate dall'archetto di violino. La tensione cresce
fino ad esplodere ricordando da vicino i Mogwai. La voce si perde,
disorientata tra i tuoni della devastante batteria di Orri e le
distorsioni di una chitarra crudele e annebbiante. La celesta, elemento
caratterizzante dell'album, chiude la scena e apre alla romantica
"Hoppipolla", il brano più veloce e movimentato
nell'incalzante ritmo scandito da piano e batteria. Tra fiati, violini
e il falsetto ipnotico di Jonsi che sembra più che mai la
risposta maschile a Björk. Nella sincopata "Með blóðnasir"
i controtempi esaltano la linea melodica delle tastiere confermando
la loro mai nascosta vocazione post-rock. Con "Sé lest"
si ritorna a respirare aria di Islanda. Una lunga suite dove celesta,
xilofono e voce sembrano raccontare una di quelle fiabe nordiche,
eccentriche e angoscianti, tra gelidi controcori ed emozionanti
sviolinate da lasciare senza fiato. Il tappeto di tastiere di Kjartan
disegna paesaggi freddi e desolati. Suggestioni rievocative emergono
in improvvisi pathos che si affievoliscono intimoriti fino alla
liberatoria e festosa sinfonia finale tra walzer e Beatles di Sgt.
Pepper. Sicuramente uno dei momenti migliori dell'album insieme
a "Sæglopur" e "Gong".
La prima nasce da un piano caldo e new-wave che ricorda non troppo
da lontano "Because the night" di Patti Smith, in cui
si inseriscono i gorgheggi di Jonsi tra rumorini ambient e sognanti
campanellini. Ammaliante. L'incantesimo è rotto dal brutale
cambio di tempo innescato dal secco basso di Georg e dai timpani,
spietati, che dilatano il brano in un fuoco confuso. Ma i violini
spengono subito il fuoco nella nostalgica chiusura orchestrale.
La seconda è un distillato di malinconia. Gli archi delle
Amina (fedeli collaboratrici) aprono ad un arpeggio dream-pop. Rassegnato,
poi disperato nei vocalizzi, il canto di Birgisson si inserisce
in un'ossatura dark e claustrofobica. La base ritmica, dopo un breve
solo che sembra uscito fuori da Kid A dei Radiohead, si spegne improvvisamente
in un piano spettrale. Tutto si riaccende in un turbine da disastro
naturale. Le dissolvenze di piano e archi fanno riemergere l'arpeggio
che si lega con eleganza al brano successivo, "Andvari".
Qui le reminiscenze Radiohead sono ancora più eloquenti,
sia nell'accompagnamento che nel cantato, dove la malinconia si
manifesta in un ipnotico e delicato lamento.
Completano l'album "Mílanó, dalla città
in cui fu provata per la prima volta, toccante post-rock sinfonico
che alterna soffusi sussurri a crescendo solenni, "Svo hljótt",
apertura alla Pink Floyd e vertiginose accelerazioni che ne turbano
la tranquillità e "Heysátan" (a dispetto
del titolo, si traduce "balla di fieno"), minimalista
tra tastiere sofferte e linea vocale pop per un inaspettato finale
ambient. Sembra avere tutti i caratteri del brano lungo, lento e
dilatato, invece sfuma dopo soli quattro minuti.
"TAKK
" conferma la grande abilità dei Sigur
Rós di reinventarsi senza perdere la propria identità
né ripetere copioni già scritti. Dagli anni novanta
in poi l'impresa di realizzare tre capolavori tra i primi quattro
dischi prodotti è riuscita solo a loro e a pochi altri artisti.
Tracklist
Takk...
Glosoli
Hoppipolla
Meo Blodnasir
Se Lest
Saeglopur
Milano
Gong
Andvari
Svo Hljott
Heysatan
- Sito Ufficiale
Sigur Ros
piero m., 22/09/05
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