[recensione] Verdena - Requiem (2007)
Verdena - Requiem
Va bene che i primi due promettenti album, anche se non del tutto
originali e convincenti, avevano quanto meno avuto il merito di
portarli alla ribalta, ma già "Il suicidio del samurai", nonostante
i commenti trionfalistici di routine (legati al nome quanto alla
prestigiosa etichetta che li distribuisce), aveva palesato gli evidenti
limiti di una delle band "alternative-rock" più osannate e d'Italia.
I primi problemi dunque sono usciti subito allo scoperto, venuta
meno la stampella delle collaborazioni eccellenti, Giorgio Canali
nell'efficace sound dell'esordio che faceva da cornice alle ammiccanti
melodie da adolescente incazzato e malinconico post-Cobainiano e
Manuel Agnelli co-produttore di "Solo un grande sasso", l'ambizioso
tentativo di contaminare il trio con sonorità più mature e figlie
della psichedelia degli anni 60-70, quasi a voler alzare l'età media
di seguaci e accoliti.
Ebbene, abbandonata l'infruttuosa strada dell'autoproduzione, torna
un nome illustre a illuminare la confusa rotta dei Verdena. Il nuovo
deus ex machina questa volta è, udite udite, il signor Mauro Pagani.
Una garanzia insomma, almeno teoricamente, quanto la plausibile
speranza di un decisivo passo avanti sul piano compositivo dopo
la crisi d'identità dell'ultimo disco privo di guizzi memorabili
quanto carico di episodi pleonastici. Ma neanche la cura-PFM tiene
in piedi la baracca.
Non ci si illuda della "futuribile" intro un po' Pink Floyd un po'
di Beatles di "Marty in the sky" (ulteriore indicazione wikipediana
nel titolo per chi non avesse colto il riferimento) perché arriva
"Don Callisto" a spegnere sul nascere ogni buon auspicio. Un rigurgito
tra Mudhoney e "Bleach" con un'andatura generale e un riff che sembra
veramente rubato ai Nirvana e una censurabilissima reinterpretazione
vocale da spaghetti-grunge, rendono inutile il finale strumentale,
interessante quanto incompiuto. "Non prendere l'acme Eugenio" ha
un titolo che di per sé mi autorizzerebbe a passare al pezzo successivo.
Ma nessuno ha mai preteso da loro dei riferimenti letterari o dei
testi leggibili, quindi senza sparare comodamente sulla croce rossa,
è meglio soffermarsi sugli importanti segnali che emergono dal brano
in questione. Segnali che rappresentano la novità più significativa
(o piuttosto l'unica) di questo quarto album, ovvero una ricorrente
propensione stoner-rock alla Queens Of The Stone Age. E, per la
proprietà transitiva, alla Kyuss. Si ascolti la viscerale "Isacco
nucleare" con tanto di assolo acido alla Josh Homme, la corrosiva
"Canos" evidente quanto inutile riedizione delle cavalcate più lisergiche
dei QOTSA, quelli con chitarra acustica ritmica e incedere tantrico
con la voce persa in claustrofobiche distorsioni. E persino negli
stop'n'go dell'ambizioso quanto indecoroso omaggio ai Soundgarden
(e, per la proprietà transitiva, ai Led Zeppelin) di "Muori delay".
Riedizione che sarebbe riuscita agli Afterhours dei tempi di "Germi"
(i quali aleggiano anche nella violenta "Was?" , raro guizzo) o
a qualunque gruppo con un cantante.
Perché Alberto, nonostante i consueti salti mortali in fase di registrazione
e mixaggio tra filtraggi e effetti-voce ad hoc, sta all'idea di
cantante quanto Roberta sta all'idea di bassista. Ciò che è peggio
si manifesta quando lo stoner emerge da cantilene tipicamente verdeniane
("Il caos strisciante") in sussulti che vorrebbero essere inaspettati.
Ma i Verdena non sono i dEUS né i Motorpsycho (giusto per non accostarli
perfidamente a band anglo-americane). C'è la carica, c'è la giusta
mano alla batteria, ma alzare i volumi srotolando lunghi tappeti
di distorsioni, feedback ed effetti furbamente giustapposti, è un
trucco vecchio. Che potrà entusiasmare gli adepti più fedeli che
ignorano ottusamente trent'anni e passa di storia del rock. E forse
nemmeno loro. Stesso discorso per gli "avanguardistici" intermezzi/riempitivi
di uno-due minuti (l'enigmatica "Opanopono", gli insensati quarantacinque
secondi di mugolio e chitarra classica di "Faro" e la tribale "Aha")
disseminati coraggiosamente tra un brano all'altro, senza un criterio
che li renda funzionali allo scopo di rendere lo scorrere del disco
più fluido.
E ad aggravare il supplizio giungono impietosamente due ballad molto
simili per introduzione e sviluppo, la melensa "Angie" (la linea
melodica seguita dalla voce lambisce in maniera raccapricciante
i peggiori classici della musica leggera italiana) e la stucchevole
"Trovami un modo semplice per uscirne". Non è vietato tributare
i Beatles e i maestri del pop, ciò che non guasterebbe, semmai,
è un minimo di decenza. E' dura arrivare alla fine in oltre sessanta
minuti di musica, ventiquattro dei quali condensati, peraltro, in
due dei momenti che richiamano le allusioni psych-rock di "Solo
un grande sasso" in parte riproposte con un minutaggio più esiguo
ne "Il suicidio dei samurai", la buona "Il gulliver" (valida la
formula quasi post-rock tra accelerazioni, rallentamenti e vertiginosi
sfoghi chitarristici) e la velleitaria "Sotto prescrizione del Dott.Huxley",
ideale summa della preoccupante confusione creativa che alberga,
da tempo, nella mente dei fratelli Ferrari.
Com'era prevedibile, però, da più parti (non solo dai fan, ma anche
dalla stampa specializzata) si grida inspiegabilmente al miracolo
preannunciando addirittura la definitiva consacrazione all'estero
del trio lombardo. Il fatto che ci si accontenti o peggio si debba
a tutti costi celebrare un disco così imbarazzante, vuoto e stantio
nelle sonorità quanto nelle idee, trascurando altre band più vive
e interessanti, non è che l'ennesimo tetro segnale dell'irreversibile
crisi del rock nostrano. Resta da capire a questo punto se la responsabilità
sia tutta nelle case discografiche o nella scarsa obiettività di
qualcuno. Cinicamente, mi verrebbe da dire che dopo il suicidio
è arrivato anche il mesto requiem dei Verdena - titolo mai così
adatto - anche perché nella risurrezione non ci si crede davvero
più.
Tracklist
1. Marti in The sky
2. Don calisto
3. Non prendere l'acne, Eugenio
4. Angie
5. Aha
6. Isacco Nucleare
7. Canos
8. Il Gulliver
9. Faro
10. Muori Delay
11. Trovami un modo semplice per uscirne
12. Opanopono
13. Il caos Strisciante
14. Was?
15. Sotto prescrizione del Dott. Huxley
- Recensione
di wow (2011)
- Recensione
di 'Il Suicidio dei Samurai'
- Sito Ufficiale
Verdena
piero m., 15/04/07
(Se vuoi scrivere un commento
all'autore della recensione: pieromk@virgilio.it)
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